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Capitolo III

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CAPITOLO III

LA PERMANENTE COSTRUZIONE DEL DIRITTO CONSOLARE INTERNAZIONALE: IN MARGINE AL CASO
AVENA E GLI ALTRI CITTADINI MESSICANI




3.1 Gli antecedenti del caso Avena


Dopo la sentenza resa dalla Corte internazionale di giustizia nel caso LaGrand, il Messico cercò di convincere gli Stati Uniti d’America, con tutti i rimedi diplomatici a sua disposizione, della necessità di rivedere, in via giudiziale, i casi di alcuni cittadini messicani condannati alla pena di morte, nei confronti dei quali si denunciava la violazione del diritto alla notificazione consolare, sancito dall’art. 36 della Convenzione di Vienna sulle relazioni consolari.
Gli Stati Uniti d’America, dal loro canto, interpretarono la sentenza LaGrand limitatamente alla revisione, attraverso i meccanismi della clemenza, delle pene imposte, visto che la Corte internazionale di giustizia stabilì la libertà dei mezzi nell’adempimento dell’ obbligo di riparazione della violazione dell’art. 36. Il Messico, al contrario, argomentò che il meccanismo della clemenza esecutiva non potesse in nessun modo soddisfare i requisiti della sentenza LaGrand, e di conseguenza, non poteva riparare, in diritto internazionale, la violazione delle obbligazioni dell’art. 36.
Dunque, il Messico si vide costretto ad adire il massimo tribunale internazionale affinché rendesse una sentenza
definitiva e inappellabile sulla corretta interpretazione e applicazione della Convenzione di Vienna sulle relazioni consolari, trattato di cui sono parti Messico e Stati Uniti.
Da questa sentenza è dipeso il destino di cento messicani, arrestati negli Stati Uniti d’America per la presunta commissione di gravi delitti, senza aver avuto accesso alla protezione consolare del proprio Paese d’origine, e che rischiavano condanne a pene severe, incluso la pena di morte, in violazione delle garanzie dell’equo processo penale.
Quando il Messico decise di chiamare gli Stati Uniti d’America davanti alla Corte internazionale di giustizia, cinquantaquattro messicani erano stati condannati alla pena di morte e quattro erano stati giustiziati in circostanze in cui i loro diritti alla protezione consolare erano stati violati.
La difesa dei diritti dei cittadini messicani che hanno dovuto emigrare in cerca di opportunità che il proprio paese non è in grado di offrire, senza dubbi, è l’espressione più palpabile della mancanza di sviluppo. La storia dei servizi stranieri messicani è, in grande misura, la storia della difesa dei cittadini che, al di là della frontiera si imbattono in un mondo di barriere culturali, maltrattamenti, sfruttamenti e pregiudizi razziali che li collocano in una situazione di enorme vulnerabilità davanti alle autorità del Paese ricevente.
Il lavoro di protezione consolare, realizzato dai consoli messicani, ha l’obiettivo di compensare questa disuguaglianza di fatto, mediante la prestazione di vari servizi a favore del messicano all’estero, con il pieno rispetto delle leggi del Paese di residenza. La difesa di chi si imbatte in una pena irreversibile, come è la pena capitale, è stata da sempre al centro delle preoccupazioni del Governo messicano, il quale ha cercato, nel diritto internazionale, i migliori meccanismi di protezione dei diritti dei suoi cittadini. Uno di questi è, senz’altro, l’art. 36 della Convenzione di Vienna che, al primo paragrafo, stabilisce la prerogativa di tutti i detenuti stranieri ad essere informati, durante la detenzione, del proprio diritto alla protezione ed assistenza consolare.
Come sostenne la Corte Interamericana dei Diritti Umani nella opinione consultiva OC - 16/99, richiesta dal Messico, la violazione del diritto alla notificazione consolare nei casi di pena capitale può avere gravi conseguenze per i diritti fondamentali degli accusati, inclusi il diritto al giusto processo e ad una difesa adeguata.

3.2 I fatti che originarono la domanda del Messico

Il governo messicano era a conoscenza che le autorità competenti degli Stati Uniti d’America avevano detenuto, giudicato e condannato a morte 54 cittadini messicani, in seguito a un procedimento giudiziario in cui erano state violate le obbligazioni imposte dall’art. 36.
Tali violazioni, costanti e ripetute, non hanno consentito al Messico di esercitare i diritti di protezione consolari che gli erano riconosciuti dagli art. 5 e 36 della Convenzione di Vienna, pregiudicando gravemente i diritti del Messico, così come i diritti dei suoi cittadini.
Il Messico per diversi anni aveva presentato agli Stati Uniti d’America un gran numero di note diplomatiche di protesta relative a casi di 20 cittadini messicani condannati alla pena capitale, in violazione dell’art. 36 della Convenzione di Vienna, nelle quali si chiedeva al governo degli Stati Uniti d’America di comunicare alle autorità locali la necessità di prendere misure adeguate per la salvaguardia dei diritti fondamentali del condannato.
Infatti, il governo messicano, se avesse avuto conoscenza della detenzione di un suo cittadino, lo avrebbe aiutato di fronte ai tribunali competenti, al fine di riparare il danno sofferto, e si sarebbe servito della sentenza LaGrand, ritenendo che la riparazione dovesse consistere nella revisione e riconsiderazione del verdetto colpevolezza e della pena.
I tribunali statunitensi, invece, hanno negato le violazioni dell’art. 36 sulla scorta della dottrina di diritto interno conosciuta come
Dottrina della Preclusione Processuale (Procedural default doctrine), nonostante quanto stabilito nella sentenza LaGrand.
Nonostante tali sforzi, le autorità competenti del governo statunitense hanno continuato a non adottare le misure necessarie a porre fine alle violazioni, oggetto di domanda. Dal 1997, gli Stati Uniti d’America hanno giustiziato 4 cittadini messicani.
La mancata collaborazione degli Stati Uniti d’America ha indotto il Messico ad invocare la giurisdizione della Corte con l’obiettivo di assicurare che i propri diritti e quelli dei suoi cittadini siano definitivamente rispettati e che venga riparato il danno sofferto. Infine è opportuno ricordare che il Messico non giustifica affatto i fatti delittuosi per i quali sono presuntamene responsabili i suoi cittadini, sempre che si dimostri tale responsabilità. Con il ricorso alla Corte, il Messico non obietta affatto il diritto degli Stati Uniti d’America di infliggere la pena di morte per la commissione di alcuni gravi delitti: l’istanza non vuole dimostrare, in nessun modo, che l’imposizione della pena di morte sia proibita di per sé dal diritto internazionale positivo.
Sulla base di quanto dichiarato dal Messico, 54 cittadini messicani furono detenuti, giudicati e condannati alla pena di morte: in tutti questi casi, le autorità degli Stati Uniti d’America avrebbero omesso di informare tempestivamente gli interessati circa il loro diritto alla protezione consolare. In nessuno di questi casi, gli Stati Uniti d’America riconobbero ai cittadini messicani il diritto alla “revisione e riconsiderazione del verdetto di colpevolezza e della pena, data la violazione dei diritti previsti dalla Convenzione”.
Il governo statunitense è pienamente responsabile degli atti delle suddivisioni politiche che lo costituiscono. Il fatto di non aver permesso il rispetto dei diritti dei cittadini messicani, così sanciti dall’art. 36 della Convenzione di Vienna, e il fatto di non garantire l’esistenza di un meccanismo effettivo di revisione e riconsiderazione dei verdetti di colpevolezza e delle pene, quando tali diritti non sono stati rispettati, costituiscono una chiara violazione da parte degli Stati Uniti d’America dei principi della Convenzione di Vienna.
Oltre ai diritti individuali riconosciuti dalla Convenzione di Vienna richiamati nella sentenza LaGrand, la Convenzione riconosce anche una serie di diritti allo Stato di invio. Gli Stati Uniti d’America devono permettere al Messico di comunicare con i suoi cittadini e, quando il caso lo richiede di prestare loro assistenza. Il fatto che gli Stati Uniti d’America non abbiano proceduto alle notificazioni previste dalla lettera b) del primo paragrafo dell’art. 36 ha impedito al Messico di esercitare i diritti riconosciutegli dagli art. 5 e 36 della Convenzione di Vienna.

3.3 Le richieste presentate dal Messico alla Corte internazionale di giustizia nel caso Avena

Il governo messicano formulò alla Corte le seguenti richieste:
il riconoscimento della violazione da parte degli Stati Uniti d’America degli obblighi giuridici internazionali sanciti dall’art. 5 e 36 della Convenzione di Vienna;
il riconoscimento del diritto alla
restituito in integrum;
il rispetto da parte degli Stati Uniti d’America dell’obbligazione giuridica internazionale di astenersi dall’applicazione della dottrina della preclusione processuale (procedural default), o qualunque altra dottrina della sua legislazione interna che ostacoli l’esercizio dei diritti conferiti dall’art. 36 della Convenzione di Vienna;
il rispetto da parte degli Stati Uniti d’America delle obbligazioni giuridiche internazionali precedentemente menzionate anche per il futuro;
il riconoscimento del diritto alla notificazione consolare della Convenzione di Vienna, come diritto umano fondamentale.
Nel concreto, conformemente alle obbligazioni giuridiche internazionali, il governo messicano formulò richieste più specifiche agli Stati Uniti d’America:
il ripristino dello status quo ante, ovvero ripristino della situazione esistente prima degli atti di detenzione, dichiarazione di colpevolezza, condanna emessi dalle autorità statunitensi, in violazione delle obbligazioni giuridiche internazionali;
l’adozione di misure necessarie e sufficienti che garantiscano la conformità del diritto interno ai diritti previsti nell’art. 36 della Convenzione di Vienna;
l’adozione di misure idonee a garantire un’efficiente riparazione per le violazioni subite;
la massima garanzia che tali atti illeciti non si ripetano per il futuro.
La questione oggetto della controversia è di competenza della Corte, in virtù dell’art. 36, paragrafo 1, dello Statuto della Corte, “la competenza della Corte si estende a tutte le materie previste dai trattati e dalle convenzioni vigenti”.
Visto che Messico e Stati Uniti d’America sono membri delle Nazioni Unite e quindi parte dello Statuto della Corte e parti della Convenzione di Vienna, così come del Protocollo Facoltativo sulla Giurisdizione Obbligatoria per la soluzione di controversie, ai sensi dell’art. 1 di questo Protocollo: “le controversie originate dalla interpretazione o applicazione della Convenzione saranno sottoposte obbligatoriamente alla Corte Internazionale di Giustizia e potranno adire tale Corte le parti della controversia che sono anche parti del presente protocollo”.
Insieme alla domanda il Messico chiese alla Corte, conformemente all’art. 41, par. 1 del suo Statuto che, in attesa della risoluzione della controversia, emanasse un’ordinanza di misure provvisorie, che gli Stati Uniti dovevano adottare al fine di evitare le esecuzioni dei 54 messicani e la fissazione delle date di esecuzione per alcuni di essi.
Lo scopo delle misure provvisorie è quello di rendere effettivi i diritti del Messico, tra cui si include indubbiamente il diritto alla vita dei suoi cittadini, in attesa della risoluzione della causa da parte della Corte. Tali misure sono, inoltre, indispensabili ad assicurare che la Corte possa ordinare le misure necessarie alla restaurazione dei diritti violati dagli Stati Uniti d’America.
Infatti nei successivi sei mesi dalla richiesta, avrebbero avuto luogo le esecuzioni dei tre cittadini messicani, Cesar Fierro, Roberto Moreno Ramos e Osbaldo Torres, rispettivamente nel febbraio 2003, nel marzo 2003 e nel luglio 2003, se la Corte non avesse indicato le misure provvisorie, necessarie in quella circostanza d’urgenza. In tal caso il Messico sarebbe stato privato per sempre della possibilità di rivendicare i propri diritti e di esercitare la protezione diplomatica per far valere i diritti individuali dei suoi cittadini.
Dunque, l’obiettivo delle misure provvisorie è la
salvaguardia dei diritti di ciascuna delle parti : la restituito in integrum che chiedeva il Messico, per la violazione dell’art. 36 della Convenzione di Vienna da parte degli Stati Uniti d’America, non si sarebbe avuta se fosse stato giustiziato un suo cittadino. Inoltre, non ci sono dubbi circa l’urgenza delle misure provvisorie. Il diritto internazionale riconosce il carattere essenziale del diritto alla vita. L’art. 6 del Patto internazionale dei diritti civili e politici, di cui gli Stati Uniti d’America sono parte, sancisce che tutti gli esseri umani hanno il diritto alla vita e le leggi degli Stati membri devono proteggere questo diritto.







3.4 Le argomentazioni degli Stati Uniti d’America

Nel caso Avena, gli Stati Uniti d’America accorsero alla Corte Internazionale di giustizia con una strategia giuridica radicalmente distinta da quella utilizzata nel caso LaGrand.
Nel caso LaGrand, gli Stati Uniti riconobbero l’esistenza della violazione dei diritti dei fratelli LaGrand e della Germania, sostennero che la violazione della Convenzione di Vienna si sanava con la presentazione delle scuse allo Stato tedesco, centrarono le proprie argomentazioni sul presunto abuso di competenza della Corte internazionale di giustizia da parte della Germania. Quindi, visto che né i fatti né le violazioni furono negati dagli Stati Uniti, i termini più rilevanti di questa controversia (Germania c. Stati Uniti d’America) furono senza dubbio le misure provvisorie, decretate
motu proprio dalla Corte, e la questione circa la loro obbligatorietà.
Nel caso Avena, gli Stati Uniti sapevano di non poter ritornare sopra le questioni già decise dalla Corte nel caso LaGrand, dunque adottarono una strategia volta prevalentemente a contestare il fondamento delle pretese messicane.
Le argomentazioni degli Stati Uniti si possono così sommariamente enunciare.
Gli Stati Uniti, risaltando le virtù della sentenza LaGrand, argomentarono principalmente che la Corte già aveva deciso al rispetto e che la riparazione decisa in quel caso consacrava la libertà di scelta dei mezzi finalizzati alla revisione e riconsiderazione dei verdetti di colpevolezza e delle pene.
I mezzi riparatori scelti dagli Stati Uniti furono, infatti, i meccanismi di clemenza, scelti non solo nei confronti dei cittadini tedeschi, ma nei confronti di qualunque altro cittadino. Inoltre, gli Stati Uniti argomentarono che il Messico stava presuntamene abusando della Corte, e che il caso in realtà riguardava più la pena di morte che non l’applicazione e l’interpretazione della Convenzione di Vienna. Essi contestarono inoltre l’esistenza delle condizioni per le ordinanze di misure provvisorie, perché, al momento in cui il Messico presentò la domanda e sollecitò le misure provvisorie, non era ancora stata fissata la data di esecuzione per nessuno dei cittadini messicani.
Diversamente dal caso LaGrand, gli Stati Uniti negarono quasi tutte le prove allegate dal Messico con riguardo tanto ai fatti quanto alle violazioni, essi arrivarono addirittura all’affermazione estrema, senza alcuna evidenza, che la maggioranza dei condannati aveva la nazionalità statunitense e non controbatterono alle prove allegate dal Messico. Tra l’altro, gli Stati Uniti negarono le violazioni, dimostrando che anche il Messico non adempie a quanto prescritto nella Convenzione di Vienna. Questa eccezione, come le altre circa l’ammissione delle richieste del Messico, furono respinte dalla Corte.
In sintesi, quella degli Stati Uniti fu una strategia tendente a togliere fondamento alle richieste del Messico.

3.5 La natura obbligatoria dell’ordinanza di misure provvisorie della Corte internazionale di giustizia

Il 5 febbraio 2003, la Corte emise l’ordinanza di misure provvisorie su richiesta del Messico, dopo aver ascoltato gli argomenti delle parti nell’udienza del 21 gennaio 2003.
Nell’ordinanza la Corte concesse le seguenti misure:
- gli Stati Uniti dovranno adottare tutte le misure necessarie ad assicurare che i signori Cesar Roberto Fierro Reynar, Roberto Moreno Ramos, e Osvaldo Torres Aguilera non siano esecutati in attesa della sentenza definitiva del presente caso;
il governo degli Stati Uniti d’America dovrà informare la Corte di tutte le misure che adotterà in applicazione della presente ordinanza.
L’ordinanza e la sua applicazione da parte degli Stati Uniti d’America erano di un’importanza cruciale per il Messico. Da una parte per il semplice fatto che queste misure, preservando la vita di quei condannati, la cui esecuzione poteva essere imminente, assicuravano i diritti del Messico in attesa della risoluzione della controversia da parte della Corte, dall’altra perché questa ordinanza veniva emessa dopo che la Corte, nel caso LaGrand, aveva dichiarato che le misure provvisorie, emesse sulla base dell’art. 41 del suo Statuto, rivestivano carattere obbligatorio. La Corte si vide costretta a prendere questa decisione, perché gli Stati Uniti d’America, con l’esecuzione del secondo fratello LaGrand, dimostravano la non obbligatorietà delle misure provvisorie.
Questa decisione della Corte ha risolto un lungo e intenso dibattito dottrinale, causato in parte dalla redazione dell’art. 41 dello Statuto della Corte internazionale di giustizia, in cui l’uso del verbo
indicare (“la Corte ha la facoltà di indicare…”) al posto di ordinare, per esempio, diede luogo a dubbi circa la natura delle misure provvisorie della Corte.
La Corte in maniera implicita diede in parte ragione all’argomentazione degli Stati Uniti circa la richiesta tardiva di misure provvisorie, che lasciò poco tempo alle autorità degli Stati Uniti per adottare le misure necessarie al fine di evitare l’esecuzione di Walter LaGrand, anche se chiarì che
le autorità degli Stati Uniti d’America hanno la libertà di scegliere i mezzi per rendere effettivo l’ordine della Corte.
In questo contesto, si deve notare che la Corte, forse con l’intenzione di non lasciare dubbi al destinatario dell’ordinanza, modificò in maniera significativa la redazione del dispositivo dell’ordinanza nel caso Avena, in confronto al linguaggio utilizzato nel caso LaGrand.
Infatti, mentre nel caso LaGrand, la Corte dice che gli Stati Uniti d’America “
should take all measures at its disposal”, nel caso Avena il massimo tribunale ordinò che gli Stati Uniti “shall take all measures necessay to”.
Così la Corte comminò queste misure solo per i casi di Cesar Fierro, Roberto Moreno Ramos, e Osvaldo Torres, mentre per i casi delle altre persone elencate nella domanda del Messico si riservò espressamente il diritto di comminarle se le circostanze lo richiedevano.
Con la sua decisione, la Corte tenne conto del rischio dei tre cittadini messicani di essere esecutati nel giro di pochi mesi o settimane, rimediando così al pregiudizio irreparabile che poteva essere causato ai diritti che la Corte poteva riconoscere al Messico, considerando che le regole e i termini che regolano la concessione della clemenza e le esecuzioni delle pene capitali in alcuni stati degli Stati Uniti, rendevano necessarie le ordinanze delle misure richieste anche quando ancora non era stata fissata la data per le persone indicate nella domanda del Messico.
Gli Stati Uniti rispettarono l’ordinanza per il tempo che trascorse tra la presentazione della domanda e la conclusione del caso, anche se tre settimane prima dell’udienza, nella quale si sarebbe avuta la lettura della sentenza (31 marzo 2004), non impedì alle autorità dell’Oklahoma di fissare la data di esecuzione per Osvaldo Torres per il 18 maggio 2004.
L’osservanza da parte degli Stati Uniti dell’ordinanza del 5 febbraio 2003 prova l’irrilevanza di tutti gli argomenti invocati circa la presunta impossibilità giuridica di adottare le misure necessarie ad evitare l’esecuzione dei condannati, data la struttura federale degli Stati Uniti che stabilisce che le questioni penali sono di competenza esclusiva dell’entità federali.
Così gli Stati Uniti avevano argomentato che l’accoglimento da parte della Corte delle richieste del Messico
would costitute a wholly unprecedented and unwarranted interference with the sovereing rights of the United States.
Comunque, come segnalò il Messico nel suo allegato, gli Stati Uniti dispongono di vari mezzi, nell’ambito interno per l’osservanza dell’ordinanza della Corte, anche se stricto sensu questo non doveva essere un tema da trattare in una controversia internazionale. Uno Stato non può invocare disposizioni del suo diritto interno per giustificare l’inosservanza delle obbligazioni conformi al diritto internazionale, così come stabilito dalla Convenzione di Vienna sul Diritto dei Trattati all’art. 27 e come è stato segnalato dalla Corte in ripetute occasioni.



3.6 La sentenza di merito resa dalla Corte nel caso Avena

La sentenza della Corte è stata molto significativa per il resto della comunità internazionale. A partire dalla sentenza del caso Avena, possiamo contare su un’interpretazione definitiva della portatata delle obbligazioni sancite dall’art. 36 della Convenzione di Vienna. Nel caso particolare del Messico, la sentenza rafforza gli argomenti giuridici, che il Messico farà valere per promuovere i diritti dei messicani che vengano arrestati per qualunque motivo e allo stesso tempo apporta una serie di risoluzioni di grandi conseguenze per i casi individuali che originarono l’intervento del governo messicano attraverso la protezione diplomatica.
Si vedano, in primo luogo le risposte della Corte alle richieste del Messico in relazione al merito della controversia.
La Corte sostiene che gli Stati Uniti d’America violarono le obbligazioni derivanti dall’art. 36 della Convenzione, non informando senza ritardo, a partire dalla loro detenzione, i 51 cittadini messicani, dei loro diritti sanciti dall’art. 36 par. 1 lett. b) della Convenzione di Vienna sulle relazioni consolari del 24 aprile del 1963;
La Corte accerta la violazione delle obbligazioni sancite dall’art. 36 par. 1 lett. b) da parte degli Stati Uniti d’America, per non aver avvisato senza ritardo l’ufficio consolare corrispondente della detenzione dei 49 cittadini messicani e così privando gli Stati Uniti del Messico del diritto di apprestare opportunamente assistenza ai propri cittadini, diritto riconosciuto dalla Convenzione di Vienna;
La Corte afferma che, in relazione ai 49 cittadini messicani, gli Stati Uniti d’America privarono gli Stati Uniti del Messico del diritto di comunicare e di visitare in modo opportuno, i propri cittadini in stato di detenzione e quindi violarono le obbligazioni di cui all’art. 36 par. 1 lett. a) e c) della Convenzione
La Corte condanna gli Stati Uniti d’America per la violazione delle obbligazioni sancite dall’art. 36 par. 1 lett. c) della Convenzione, in relazione ai 34 cittadini messicani, per aver privato gli Stati Uniti del Messico del diritto di organizzare opportunamente la difesa di detti cittadini davanti ai tribunali;
La Corte condanna gli Stati Uniti d’America per la violazione delle obbligazioni sancite dall’art. 36 par. 2 della Convenzione, per non aver permesso la revisione e la riconsiderazione, alla luce dei diritti stabiliti nella Convenzione, dei verdetti di colpevolezza e delle pene dei signori Cesar Roberto Fierro Reynar, Roberto Moreno Ramos e Osvaldo Torres Aguilera, dopo che erano state provate le violazioni rispetto a ciascuno di queste persone;
La Corte sancisce che, per una riparazione adeguata a questo caso, gli Stati Uniti d’America sono obbligati ad assicurare, con i mezzi di loro scelta, la revisione e la riconsiderazione dei verdetti di colpevolezza pronunciati e delle pene comminate ai cittadini messicani;
La Corte ricorda l’impegno degli Stati Uniti d’America volto ad assicurare l’adozione di misure specifiche per l’adempimento delle sue obbligazioni sancite dall’art. 36 par. 1 lett. b) della Convenzione di Vienna, e dice che questo compromesso deve essere considerato satisfattivo della richiesta del Messico circa la sicurezza e la garanzia di non ripetizione;
La Corte sancisce che, ciononostante, nel caso in cui i cittadini messicani vengano condannati a pene gravi, senza che siano stati rispettati i diritti concessi dall’art. 36 par. 1 lett. b) della Convenzione, gli Stati Uniti d’America sono obbligati ad assicurare, con i mezzi di propria elezione, la revisione e la riconsiderazione del verdetto di colpevolezza e della pena, dando, così, molto peso alla violazione dei diritti sanciti dalla Convenzione.
I temi affrontati dalla Corte le cui determinazioni costituiscono la ricca sentenza del caso Avena sono esaminato così come seguono.

3.7 Le questioni di competenza e di ammissibilità

Gli Stati Uniti d’America invocarono quattro vizi di incompetenza della Corte e cinque motivi per cui la Corte stessa doveva dichiarare inammissibili le domande del Messico.
In relazione ai motivi di incompetenza e di inammissibilità il Messico fece valere i termini di decadenza, in virtù dell’art. 79 del Regolamento della Corte che dispone:
Qualunque eccezione sulla competenza della Corte o l’ammissibilità della domanda o qualunque altra eccezione sulla quale il richiedente chiede che la Corte si pronunci prima dell’esame del merito, dovrà formularsi per iscritto, il più presto possibile, al massimo nei tre mesi successivi alla data di presentazione delle memorie.
In vista del fatto che le memorie del Messico furono presentate il 23 giugno 2003 e le eccezioni invocate dagli Stati Uniti, nelle sue contromemorie, presentate alla Corte il 3 novembre 2003, più di un mese dopo del tempo previsto dal regolamento, il Messico chiese alla Corte di dichiararle inammissibili.
Sebbene la Corte sottolineò
che le parti nei casi che si discutono davanti alla Corte non potrebbero, pretendendo di conservare il proprio diritto a una o ad altra azione processuale, sottrarre queste azioni dall’applicazione delle disposizioni dello Statuto e del Regolamento della Corte, segnalò che la norma invocata dal Messico si applica solamente alle eccezioni preliminari, cioè a quelle che hanno come fine la preclusione dell’esame sul merito. Gli Stati Uniti d’America le fecero valere allo stesso tempo della presentazione degli argomenti sul merito, quindi, per propria natura, tali eccezioni andavano esaminate insieme con il merito. Ecco perché la Corte decise di esaminare insieme tutte le eccezioni degli Stati Uniti.
Al riguardo, è necessario chiarire che il Messico nelle sue allegazioni riconobbe che le eccezioni degli Stati Uniti erano fortemente relazionate agli argomenti di merito e quindi tenne che ribatterle, nonostante convenisse chiedere alla Corte di respingerle in virtù dell’art. 79 del Regolamento, che era stato emanato da poco con il fine di ridurre il carico giudiziario.
Il Messico obbligò la Corte a interpretare la disposizione del proprio Regolamento e passare all’esame delle eccezioni presentate dagli Stati Uniti. In generale, le eccezioni sulla competenza si fondava sul fatto che il Messico chiedeva alla Corte di pronunciarsi su questioni diverse dall’applicazione e interpretazione della Convenzione di Vienna, nella sua domanda il Messico avrebbe chiesto alla Corte internazionale di giustizia di intervenire nel funzionamento del sistema di amministrazione della giustizia penale degli Stati Uniti.
La Corte respinse tutte e quattro le eccezioni, e affermò che le richieste del Messico riguardavano l’interpretazione della Convenzione di Vienna, rispetto alla quale la Corte internazionale di giustizia è competente in base al Protocollo facoltativo.
Le eccezioni relative all’inammissibilità delle richieste del Messico, invece, riguardavano, in generale, il tentativo del Messico di assegnare alla Corte internazionale di giustizia la giurisdizione d’appello in materia penale. Gli Stati Uniti contestarono anche il fatto che il Messico non poteva pretendere di esercitare la protezione diplomatica a favore dei suoi cittadini, e giustificare così il proprio ricorso alla Corte fino a quando questi cittadini non avessero esaurito tutti i ricorsi della giurisdizione interna, incluso il meccanismo della clemenza esecutiva.
In questo contesto, gli Stati Uniti sostennero che gli individui indicati nella domanda messicana possedevano anche la nazionalità statunitense, pertanto il Messico non poteva esercitare la protezione diplomatica a favore di persone che non avevano diritto ai benefici dell’art. 36 della Convenzione di Vienna. Il Messico contestò questo argomento, indicando che:
i tribunali degli Stati Uniti non hanno mai accolto nessun ricorso giudiziale promosso da un cittadino straniero per violazione dell’art. 36. Questi tribunali sostengono sia che l’art. 36 non crea un diritto individuale, sia che un cittadino straniero che è stato privato dei diritti conformi all’art. 36, ma che in cambio, gli sono stati riconosciuti i diritti previsti dalla Costituzione e dalle leggi statunitensi, non può dimostrare l’esistenza di un pregiudizio, e pertanto non può ottenere riparazione, e conclude che i ricorsi giudiziali disponibili sono inefficaci. Con riguardo al rimedio della clemenza, il Messico sostiene che non può essere preso in considerazione per gli effetti del principio dell’esaurimento dei ricorsi interni in virtù del fatto che non si tratta di un ricorso giudiziale.
La Corte, innanzitutto, riafferma la regola d’oro che regge l’istituto della protezione diplomatica sancisce che: i diritti individuali dei cittadini messicani conformi all’art. 36 par. 1 lett. b) della Convenzione di Vienna, sono diritti che vanno fatti valere, in ogni caso ed in primo luogo, nel sistema giudiziario interno degli Stati Uniti. Solo quando questo processo si è concluso e sono stati spesi tutti i ricorsi interni, il Messico potrebbe far sue le domande individuali dei suoi cittadini attraverso il procedimento della protezione diplomatica. Inoltre: il Messico non agisce soltanto su queste basi, ma presenta anche domande proprie fondate sul fatto aggravante di aver sofferto direttamente e attraverso i suoi cittadini, le violazioni da parte degli Stati Uniti delle obbligazioni che le corrispondono in virtù dell’art. 36, par. 1, lett. a), b), c). La Corte ricorda quanto sentenziato nel caso LaGrand, e cioè che l’art. 36 par. 1, crea diritti individuali che possono essere invocati davanti alla Corte dallo Stato di appartenenza. Inoltre segnala che la violazione dei diritti dell’individuo sancita dall’art. 36 possa implicare una violazione dei diritti dello Stato di invio e che tali violazioni possono implicare violazioni dei diritti dell’individuo. In queste circostanze speciali di interdipendenza tra i diritti dello Stato e i diritti individuali, il Messico può, presentando una domanda a proprio nome, chiedere alla Corte di accertare una violazione dei diritti che ritiene aver sofferto, tanto direttamente, come attraverso le violazione dei diritti individuali conferiti ai suoi cittadini dall’art. 36 par. 1 lett. b). Il principio dell’esaurimento dei ricorsi interni non si applica a una domanda di questo tipo. Per tali ragioni, la Corte non ritiene necessario considerare i reclami del Messico per le violazioni della norma sulla protezione diplomatica. In questa fase non ebbe luogo la trattazione della questione circa la preclusione processuale, di conseguenza la Corte dichiara la seconda eccezione di inammissibilità presentata dagli Stati Uniti improcedibile.
Con la sentenza del caso Avena, la Corte internazionale di giustizia sancisce che la regola del previo esaurimento dei ricorsi interni ammette eccezioni, essendo la domanda del Messico una di tali eccezioni e, con riferimento a quanto stabilito nella sentenza LaGrand, che i diritti individuali riconosciuti dall’art. 36 possono dare diritto allo Stato di invio di adire la Corte, tanto per motivo di pregiudizio diretto, quanto attraverso la violazione dei diritti individuali conferiti ai suoi cittadini dall’art. 36 par. 1 lett. b).
La Corte si astenne dal decidere l’origine del fondamento dell’ammissibilità basata nell’esercizio della protezione diplomatica, forse per non vedersi costretta a valutare l’effettività dei ricorsi giurisdizionali degli Stati Uniti, però non negò al Messico la possibilità di invocare il suo esercizio.
La Corte ritenne d’altro canto, che la questione della doppia nazionalità degli individui indicati nella domanda, corrispondeva al merito della controversia, per cui si astenne dall’esaminarla in questa fase del procedimento. In tal modo la Corte respinse le cinque eccezioni in materia di ammissibilità e passò all’esame nel merito degli argomenti delle parti.

3.8 Le violazioni dell’art. 36 della Convenzione di Vienna sulle relazioni consolari

Per il gran numero di casi individuali contenuti nella domanda, la diversità delle situazioni processuali di ciascuno di essi e la naturale, per altro comprensibile, reticenza della Corte a entrare nell’ambito del diritto penale degli Stati Uniti d’America, ci si aspettava che il massimo tribunale esaminasse l’insieme delle violazioni senza fare considerazioni di tipo individuale. Al contrario, la Corte finì per esaminare la domanda caso per caso, escluso il caso di Ramon Salcido, perché si trattava di un cittadino statunitense e divise i restanti 51 casi in categorie, in funzione del tipo di violazione dei diritti riconosciuti dall’art. 36, par. 1, lett. a), b), c), così come le obbligazioni risultanti dall’art. 36 par. 2.
Sulla base di un’analisi individuale e delle prove apportate dalle parti, la Corte arriva a decisioni differenti, in cui conclude che gli Stati Uniti violarono le proprie obbligazioni sancite dall’art. 36 per ciascuno dei 51 casi presentati dal Messico e che privò il Messico del suo diritto all’assistenza consolare, senza dare importanza al fatto che il Messico avesse o meno offerto assistenza consolare e se fosse stato pronunciato un verdetto diverso. Fu sufficiente constatare che la Convenzione riconosceva quei diritti.
Per quel che riguarda il diritto dei funzionari consolari di organizzare la difesa dei propri cittadini nei tribunali (art. 36 par. 1 lett. c), la Corte ritenne di non poter dare una risposta generale, nonostante le obbligazioni a carico dello Stato ricevente, dal cui adempimento dipende l’esercizio dei diritti dello Stato di invio:
può darsi comunque, che l’informazione derivante allo Stato di invio da altre fonti, possa permettere ai propri funzionari consolari di fornire assistenza nell’organizzazione della difesa dei suoi cittadini. Nei casi suddetti, le autorità consolari messicane seppero della detenzione dei propri connazionali in tempo utile per fornire tale assistenza, indipendentemente dalla notificazione delle autorità degli Stati Uniti.
La Corte, in tal modo, escluse la violazione da parte degli Stati Uniti delle obbligazioni sancite dall’art. 36 par 1 lett. c) per 17 casi e escluse l’obbligo di risarcimento danni attraverso la revisione e la riconsiderazione del verdetto di colpevolezza e della pena. Nel fare tali disquisizioni tra i diversi casi, la Corte si sofferma sulla questione della cittadinanza degli individui oggetto del litigio. Riaffermando: il principio ormai consolidato in diritto internazionale, secondo il quale il richiedente che vuole dimostrare l’esistenza di un fatto ha l’onere della prova… la Corte ritiene che il Messico deve dimostrare che le 52 persone indicate nella domanda avevano nazionalità messicana nel momento in cui furono detenute; al riguardo, segnala che il Messico ha presentato gli atti di nascita e le dichiarazioni di nazionalità, il cui contenuto non è stato impugnato dagli Stati Uniti d’America… La Corte conclude dunque che gli Stati Uniti non furono esonerati dall’onere della prova rispetto a certe persone di cittadinanza messicana che erano anche cittadini statunitensi.
La Corte, inoltre, affermò che è necessario informarsi sulla nazionalità di un detenuto nel momento stesso della sua detenzione, in modo da adempiere alle obbligazioni della Convenzione di Vienna. La Corte sostiene che se l’interessato fosse sempre informato, nel caso in cui avesse cittadinanza straniera, del suo diritto a che venga avvisato il suo consolato, il rispetto dell’art. 36 par. 1 lett. b) si incrementerebbe significativamente. La Corte suggerisce inoltre che questa informazione potrebbe essere concessa insieme con i Diritti Miranda.
Questo
dictum della Corte riveste un’importanza speciale alla luce della controversia tanto in Avena come in LaGrand, sulla questione se i diritti dell’art. 36 costituiscano diritti umani. Il Messico, cosciente del fatto che la Corte non aveva voluto trattare questa questione nel caso LaGrand, nonostante la Germania lo avesse richiesto, ricorse all’opinione consultiva 16 della Corte inter-americana dei diritti dell’uomo e ai lavori preparatori della Convenzione di Vienna solo per argomentare che il diritto dell’art. 36 è così fondamentale, che la sua violazione ha ipso facto l’effetto di viziare la totalità del processo penale iniziato in violazione di questo diritto. Inoltre, la Corte, volendo forse dare qualche orientamento alle parti su questa questione, manifestò che : senza la necessità di pronunciarsi circa il sapere se il diritto in questione è o non è un diritto umano, la Corte vuole segnalare che né il testo, né l’oggetto, né la finalità della Convenzione, né alcuna indicazione che figura nei lavori preparatori consentono di concludere che il Messico faccia valere questo argomento.
La Corte ritiene che il rispetto dell’art. 36 verrebbe rafforzato con l’inclusione dell’obbligazione del par. 1, lett. b) tra i Diritti Miranda, che altro non sono che garanzie del giusto processo.
La Corte, inoltre, interpretò il significato dell’espressione
senza dilazione contenuto nell’art. 36 par. 1 lett. b). Si ricorda che la Corte non fu tenuta a pronunciarsi su questo tema nel caso LaGrand. Il Messico ritenne che per rendere possibile una vera assistenza consolare, la notificazione doveva essere immediata, o quanto meno prima che l’accusato rendesse la sua prima dichiarazione. Gli Stati Uniti d’America, invece, ritennero che si sarebbe provveduto alla notificazione appena fosse stato razionalmente possibile, avuto riguardo delle circostanze, e senza deliberato ritardo. La Corte non trovò risposta con i metodi ordinari di interpretazione della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati e allora stabilì che: l’espressione “senza dilazione” non si deve intendere necessariamente come sinonimo di “immediatamente” dopo la detenzione, esiste senza dubbio un dovere a carico delle autorità che provvedono alla detenzione, di fornire detta informazione alla persona detenuta nel momento in cui capiscono che questa persona è di nazionalità straniera o che esistano ragioni per credere che questa persona è di cittadinanza straniera. Questa decisione faciliterà il lavoro di protezione consolare del Messico e servirà a guidare gli sforzi di tutti i cittadini parte della Convenzione di Vienna per migliorare l’applicazione delle obbligazioni dell’art. 36.
La Corte esaminò la questione della violazione dell’art. 36 par. 2, visto che gli Stati Uniti non permisero la revisione e riconsiderazione dei verdetti di colpevolezza e delle pene afflitte, in seguito alla violazione dell’art. 36 par. 1 .
Infine, la Corte ricordò che la regola della preclusione processuale esige che siano esauriti i ricorsi a livello statale prima che possa essere interposta una mozione de aveas corpus davanti ai tribunali federali. Su queste basi, la Corte concluse che: la regola della preclusione processuale impedì agli avvocati dei fratelli LaGrand di impugnare in maniera efficace, su basi diverse dal diritto costituzionale degli Stati Uniti, i loro verdetti di colpevolezza e pene. Questa conclusione della Corte sembra essere ugualmente valida in relazione al caso Avena, in cui i diversi cittadini messicani si sono trovati esattamente nella stessa situazione. Nonostante tale decisione, la Corte fa una distinzione tra i casi degli individui che hanno esaurito tutti i ricorsi della giurisdizione interna per ottenere la revisione giudiziale dei verdetti di colpevolezza e delle pene, e quelli che, mercé alla riparazione che detta la Corte, possano ancora conseguirla.
In quanto ai primi, la Corte dichiara che gli Stati Uniti violarono le obbligazioni che derivano dall’art. 36 par. 2, quanto ai secondi, la Corte ritenne che sarebbe stato prematuro concludere il configurarsi della stessa violazione.
Ci sono due tipi di interpretazione del modo di procedere della Corte davanti alle violazioni dell’art. 36 par. 2
Da un lato, è dato pensare che davanti ai 48 casi, nei quali teoricamente i tribunali competenti potevano ancora revisionare e riconsiderare i verdetti di colpevolezza e le pene, la Corte volle dare agli Stati Uniti d’America l’opportunità di ripristinare lo
status quo ante, in base ai criteri di riparazione che avrebbero definito più avanti.
Dall’altro lato, tenendo conto dei ripetuti argomenti degli Stati Uniti circa l’inaccettabile intromissione che la sentenza avrebbe avuto nel suo sistema di amministrazione della giustizia, la Corte non volle porre gli Stati Uniti nella situazione in cui potesse solo commutare la pena di morte in pena privativa della libertà in relazione alla totalità dei casi indicati nella domanda del Messico.
Concludendo:
la Corte fa notare che per i tre cittadini messicani il sig. Fierro, il sig. Moreno e il sig. Torres, i verdetti di colpevolezza e le pene sono definitivi, incluso il signor Torres, nei confronti del quale il tribunale di appello dell’Oklahoma ha già fissato una data di esecuzione. La Corte pertanto conclude che nei confronti di queste tre persone gli Stati Uniti hanno violato gli obblighi che le corrispondono, in virtù dell’art. 36 par. 2 della Convenzione di Vienna.

3.9 Le conseguenze giuridiche delle violazioni dell’ art 36 della Convenzione di Vienna. La questione della riparazione

Operando una comparazione tra i tre casi portati davanti alla Corte internazionale di giustizia, riguardanti l’applicazione e l’interpretazione della Convenzione di Vienna sulle relazioni consolari – Breard, LaGrand e Avena – i punti in comune sono evidenti: stessi fatti , stesso Stato responsabile, stessi argomenti invocati dalle parti, grosso modo stessa risposta da parte della Corte. La differenza, comunque, è evidente.
Mentre nei casi Breard e LaGrand, gli individui erano stati giustiziati prima che la Corte imponesse la riparazione, sancita dal diritto internazionale nelle ipotesi di violazione dell’art. 36, nel caso Avena , grazie al rispetto delle misure provvisorie, i 52 condannati rimasero in vita. Si offrì, dunque, al Messico la riparazione più amplia, in base al diritto di responsabilità internazionale dello Stato.
Partendo dal principio che le violazioni dell’art. 36 ebbero come effetto viziare all’origine i procedimenti, in cui furono condannati i 52 messicani, e colpirono gravemente le garanzie del giusto processo penale, la richiesta di riparazione non poteva essere altra che quella sancita dal diritto internazionale. Come disse nel 1928 la Corte permanente di giustizia internazionale nel coso della Fabbrica di Chorzow:
la riparazione deve, possibilmente, eliminare tutte le conseguenze dell’atto illecito e ripristinare lo stato che probabilmente sarebbe esistito se non fosse stato commesso detto atto illecito.
Inoltre, il Messico adì la Corte perché la riparazione indicata nel caso LaGrand, o quanto meno l’interpretazione che a questa diedero gli Stati Uniti, non aveva permesso, nei casi dei messicani condannati alla pena di morte, ai Tribunali degli Stati Uniti di concedere nessun tipo rimedio di carattere giudiziario. Se avesse riconosciuto la violazione dell’art. 36, il governo degli Stati Uniti si sarebbe limitato a presentare le scuse allo Stato del Messico, e ciò non in tutti i casi, o dopo la sentenza LaGrand, avrebbe rimesso il caso ai meccanismi di clemenza escutiva, che non sono rimedi giudiziari, ma solo meri tramiti amministrativi per supplicare la misericordia del governatore, autentiche reliquie dell’istituzione monarchica, in cui il sovrano aveva il potere assoluto su i suoi sudditi.
Insomma, la
restituito in integrum che chiese il Messico era materialmente possibile, tenendo in conto il valore della vita umana, non si chiedeva agli Stati Uniti un gravame sproporzionato.
Il Messico nel formulare le sue richieste alla Corte fu bene attento a che non si accreditasse la tesi secondo cui il vero oggetto della controversia era la contestazione della pena di morte. Costruì le sue argomentazioni in vista di una precisazione della Corte dell’interpretazione anteriore nel caso LaGrand e di una identificazione degli elementi essenziali circa la riparazione in caso di violazioni dell’art. 36 della Convenzione di Vienna. Conscio del fatto che la Corte non è solita cambiare i propri criteri in maniera radicale, specialmente quando questi criteri sono recenti e quando bisogna invadere la sfera di giurisdizione interna di uno Stato.
Le richieste finali del Messico al termine delle udienze sul merito furono le seguenti.
Il Governo del Messico chiedeva alla Corte di accertare e sentenziare che:
Gli Stati Uniti d’America, detenendo, arrestando, giudicando, dichiarando colpevoli e condannando i 52 cittadini messicani, hanno violato gli obblighi giuridici internazionali, omettendo di informare, senza dilazione, i 52 cittadini messicani, dopo la loro detenzione, del diritto alla notificazione e all’accesso alle autorità consolari conforme a quanto disposto dall’art 36, par. 1, lett. b), della Convenzione di Vienna sulle relazioni consolari, e che hanno privato il Messico del diritto di fornire assistenza consolare e i 52 cittadini messicani del diritto a beneficiare della protezione che il Messico gli avrebbe accordato conformemente all’art. 36, par. 1, lett. a) e c), della Convenzione ;
l’obbligo di cui all’ art. 36, par. 1 , della Convenzione di Vienna, esige che venga effettuata la notifica consolare e che sia concessa una possibilità d’ accesso alle autorità consolari prima che le autorità competenti dello Stato di residenza adottino misure suscettibili ledere i diritti dei cittadini stranieri;
gli Stati Uniti d’ America violarono i propri obblighi di cui all’art. 36, par. 2, della Convenzione di Vienna, non consentendo una revisione e riconsiderazione vera e effettiva dei verdetti di colpevolezza e della pene, viziati per violazione dei diritti stabiliti dall’art. 36, par. 1, sostituendo alla revisione e riconsiderazione il ricorso alla clemenza e applicando la dottrina della preclusione processuale e altre dottrine di diritto interno, che non prevedono conseguenze giuridiche, in quanto tali, alla violazione dell’art. 36, par. 1;
circa i danni sofferti dal Messico, tanto nel proprio diritto quanto nell’esercizio della protezione diplomatica a favore dei suoi cittadini, il Messico ha diritto a una riparazione piena di questi danni, sottoforma di
restituito ad integrum;
questa restituzione consiste nell’obbligo di ripristinare lo
status quo ante, mediante l’annullamento o altro mezzo che tolga totalmente effetto o valore alle sentenze di colpevolezza pronunciate e le pene comminate ai 52 cittadini messicani;
questa restituzione include anche l’obbligo di adottare tutte le misure necessarie ad assicurare che una violazione dell’art. 36 non incida su ulteriori procedimenti;
nel caso in cui i 52 verdetti di colpevolezza o le pene non venissero annullati, gli Stati Uniti d’America dovranno assicurare con mezzi di propria elezione, una revisione e riconsiderazione vera e effettiva di questi verdetti e pene, a questo obbligo non potrà essere soddisfatto dai procedimenti di clemenza né dall’applicazione di qualche regola o dottrina di diritto interno incompatibile;
gli Stati Uniti d’America non dovranno più violare i diritti di cui all’art. 36 della Convenzione di Vienna nei confronti del Messico e dei 52 cittadini, e dovranno assicurare e garantire adeguatamente l’adozione di misure sufficienti perché si rispetti quanto disposto dall’art. 36, par. 1 e 2.
Senza dubbi, la richiesta di riparazione fu la parte più complessa dell’allegato, perché si fondava sul diritto della responsabilità internazionale dello Stato ma anche sul diritto costituzionale e penale degli Stati Uniti d’America.
La difficoltà maggiore consisteva nel conseguire un equilibrio tra quello che si chiedeva e quello che la Corte già aveva deciso nel caso LaGrand, in cui lasciò agli Stati Uniti d’America la libertà di scegliere i mezzi per la revisione e riconsiderazione dei verdetti colpevolezza e delle pene. Inoltre, gli Stati Uniti d’America avevano argomentato che la revisione e riconsiderazione ordinata dalla Corte costituisce un’obbligazione di mezzi e non di risultato.
È sufficiente indicare che, in base alla giurisprudenza della Corte Interamericana dei diritti umani e della Corte Europea dei diritti umani, così come in numerosi lodi arbitrali, si cercò di dimostrare che il ripristino dello
status quo ante può ben tradursi nell’annullamento di un atto giuridico interno. Infatti, il Messico invocò un caso recente di ordine di cattura, in cui la Corte ordinò al Belgio di annullare l’ordine di cattura emesso contro il ministro degli esteri della Repubblica democratica del Congo in violazione dell’immunità giurisdizionale.
In questo ordine, rivestivano importanza speciale, per seguire il criterio della Corte, l’allegato circa l’inidoneità dei meccanismi di clemenza esecutiva, così come l’argomento dell’art. 36 a garanzia del giusto processo penale.
Iniziando l’analisi delle conseguenze giuridiche delle violazioni, la Corte riconosce facilmente che il principio generale applicabile alle conseguenze giuridiche di un atto internazionalmente illecito fu sancito dalla Corte Permanente di Giustizia Internazionale nel caso della Fabbrica del Chorzow in questo modo:
è principio di diritto internazionale riparare in maniera adeguata l’inadempimento di un compromesso. Circa il significato di riparazione in maniera adeguata, esso dipende in particolare dalle circostanze concrete di ciascun caso e dalla natura ed importanza del danno, visto che bisogna determinare cosa è una riparazione in maniera adeguata che corrisponde al danno causato.
Comunque, nell’identificare gli elementi costitutivi della
riparazione in maniera adeguata, gli Stati Uniti hanno l’obbligo di permettere la revisione e la riconsiderazione dei casi di questi cittadini da parte dei Tribunali degli Stati Uniti… con il fine di determinare se, in ciascuno dei casi, la violazione dell’art. 36, commessa dalle autorità competenti, ha pregiudicato effettivamente l’interessato durante l’amministrazione della giustizia penale.
Successivamente la Corte chiarisce che i verdetti di colpevolezza e le pene non possono, come tali, essere considerati contrari al diritto internazionale, ma solo alcuni inadempimenti di obblighi convenzionali che hanno preceduto tali verdetti e pene. Infine, la Corte non può accogliere le richieste contenute nei numeri 4 e 5 delle petizioni finali del Messico. In questo contesto, la Corte sottolinea che l’annullamento parziale o totale dei verdetti di colpevolezza e delle pene non è l’unico mezzo di riparazione e che si deve distinguere il caso LaGrand dal caso dell’ordine di cattura. Quest’ultimo caso trattava della liceitudine, in diritto internazionale, dell’emissione da parte delle autorità belghe, dell’ordine di cattura contro il ministro congolese degli affari esteri, rispetto a cui la Corte concluse che violava di per sé il diritto internazionale.
La Corte sembra qui lamentabilmente retrocedere rispetto alla sentenza LaGrand, infatti, in questa occasione, essa segnalava che sapere quanto utile o efficace sarebbe risultato l’intervento del console o se quest’ultimo avesse offerto la sua assistenza, è totalmente irrilevante per gli effetti del caso. Basta che la Convenzione di Vienna riconosca tali diritti e che agli interessati e allo Stato di invio sia stato impedito di ricevere e di fornire assistenza consolare perché si configuri la violazione dell’art. 36 e si può invocare la responsabilità internazionale dello Stato.
Questa linea di argomentazione si avvicinava al riconoscimento dell’art. 36 come un diritto dell’uomo, o quanto meno come parte essenziale delle garanzie dell’equo processo penale, per cui la violazione di questo diritto vizia i procedimenti e comporta l’annullamento di ciò che si è determinato. In LaGrand, comunque, la Corte non aveva motivo di concedere una riparazione che la Germania, per evidente ragioni, non era in condizioni di chiedere. In quella istanza, la parte più significativa delle argomentazioni fu l’obbligatorietà delle misure provvisorie che gli Stati Uniti non avevano rispettato. In aggiunta, la Commissione di diritto internazionale in un suo commentario dell’art. 35 del suo progetto di articoli sulla responsabilità dello Stato per fatti internazionalmente illeciti, sottolinea che la restituzione giuridica può ben significare l’annullamento di una risoluzione giudiziaria adottata illecitamente nei confronti di uno straniero.
In cambio, nel caso Avena, la Corte ha potuto estrarre tutte le conseguenze giuridiche del ragionamento realizzato nel caso LaGrand e ordinare quindi una riparazione che lasciasse meno margini di discrezionalità allo Stato responsabile e, di conseguenza, meno probabilità che sorgano nuove controversie intorno alle violazioni dell’art. 36. Infatti, come segnala il giudice
ad hoc Sepulveda nella sua opinione individuale: è necessario definire la natura degli obblighi imposti dal concetto “con i mezzi di sua elezione”. Se il punto non viene adeguatamente chiarito da parte della Corte, nessuna delle parti, nel seguente caso, avrà una guida giuridica solida sulle misure adeguate da prendersi perché si abbia la riparazione richiesta dal Messico e perché si adempi a quanto ordinato dalla Corte per liberare gli Stati Uniti d’America dalla loro responsabilità… Per dissipare qualunque fraintendimento esiste un precedente che apporta una regola e che può essere invocato per assicurare una definizione chiara. La Corte Permanente di giustizia internazionale decise che era necessario: “assicurare il riconoscimento legale di una situazione una volta per tutte e con forza obbligatoria tra le parti, in modo che l’accordo legale che si è stabilito non venga questionato circa gli effetti giuridici che derivano da esso.
Conforme a questa opinione, la Corte dichiara che le sue decisioni si applicano anche ai casi di altri cittadini stranieri che si trovano negli Stati Uniti in virtù dei principi che fissa la sentenza in applicazione della Convenzione di Vienna. In altre parole, la sentenza ha effetti anche nei confronti di Stati terzi, parte della Convenzione di Vienna, oltre naturalmente ad avere effetto nei confronti delle parti in causa, conformemente all’art. 59 dello Statuto della Corte.
Con tali dichiarazioni, la Corte è cosciente dell’importanza dei criteri che fissa nella sentenza e vuole che tutti ne siano beneficiati, al fine di facilitare la costituzione del sistema di protezione diplomatica, consacrato dalla Convenzione di Vienna. Senza dubbi, nel caso Avena, la Corte non consolida il regime di responsabilità dello Stato, codificato affannosamente dalla Commissione di diritto internazionale. Sembra creare un regime sussidiario della responsabilità che, invece di contribuire all’universalità del diritto internazionale, crea maggiori frammentazioni.
Nonostante ciò, la Corte soddisfa le restanti richieste del Messico, precisando, come non ebbe occasione di farlo nel caso LaGrand, che i rimedi da adottare per riparare il danno causato al Messico ed ai suoi cittadini da parte degli Stati Uniti sono, se non è possibile l’annullamento, assicurare, con mezzi di propria elezione, una revisione e riconsiderazione vera e effettiva di verdetti e pene e, tale obbligo non potrà essere soddisfatto dai procedimenti di clemenza, né dall’applicazione di qualche regola o dottrina di diritto interno incompatibile.
La Corte, senza negare la libertà di mezzi ai fini della revisione e riconsiderazione, apporta una restrizione. Si deve tener conto della violazione dei diritti sanciti dalla Convenzione, incluso la questione delle conseguenze giuridiche di questa violazione nel processo penale. In questo senso la Corte internazionale di giustizia riconosce che la regola della preclusione processuale, così come applicata, impedisce all’interessato di far valere i propri diritti sanciti dalla Convenzione di Vienna e lo porta a cercare riparazione nella Costituzione degli Stati Uniti.
In questo punto la Corte si allontana dall’argomento secondo il quale l’art. 36 non rappresenta alcun valore aggiunto alle garanzie processuali della Costituzione degli Stati Uniti. Si tratta di obblighi convenzionali che, indipendentemente dal loro carattere e qualunque siano i diritti di difesa previsti dal diritto costituzionale statunitense, devono essere rispettati dagli Stati Uniti e che costituiscono, come disse in LaGrand, un regime interconnesso disegnato per facilitare la costituzione del sistema di protezione consolare.
La Corte esamina la questione volta a sapere se l’obbligo di revisione e riconsiderazione possa essere o no soddisfatto dai procedimenti di clemenza esecutiva.
In primo luogo, la Corte stabilisce che, affinché la revisione e la riconsiderazione siano effettivi, è necessario tenere in conto la violazione dei diritti previsti dalla Convenzione di Vienna, ciò significa che bisogna aver riguardo tanto delle violazioni dei diritti dell’art. 36, quanto del pregiudizio causato, e che questo esercizio deve comprendere tanto il verdetto di colpevolezza come la pena imposta. Di conseguenza,
è cruciale nel procedimento di revisione e di riconsiderazione l’esistenza di un procedimento che dia il giusto peso alla violazione dei diritti stabiliti nella Convenzione di Vienna, indipendentemente dal risultato di detta revisione e riconsiderazione.
Nel caso Avena, il massimo tribunale va oltre ciò che fu detto nel caso LaGrand,
dando tutto il peso che bisognava dare, accorder tout le poids vaulu, full weight to be given, alla violazione dell’art. 36. Se si legge quanto deciso alla luce del vincolo dei Diritti Miranda, la questione sulla natura dei diritti di cui all’art. 36 come diritti umani è di poco valore.
La Corte concluse che il procedimento giudiziale è idoneo a questo proposito e chiarisce che così lo aveva inteso nel caso LaGrand.
In effetti, il rimedio della clemenza, così come si praticava negli Stati Uniti,
non sembrava soddisfacente di per sé e non poteva costituire di per sé un adeguato mezzo di revisione e riconsiderazione.
Il Messico ottenne perciò qualcosa di estremamente essenziale per la difesa dei condannati a morte: indipendentemente dal risultato della revisione e riconsiderazione, questa può intervenire solo nell’ambito del procedimento giudiziale globale in cui si è giudicato il condannato. In altre parole si è ripristinata pienamente la possibilità di far valere le violazioni di cui all’art. 36 e di riportare le cose allo
status quo ante, se così risultasse la revisione e riconsiderazione del verdetto di colpevolezza pronunciato e la pena imposta, concordemente ai criteri fissati dalla sentenza.
Tuttavia la Corte lascia spazio alla clemenza, affinché questa, in un dato momento,
perfezioni la revisione e la riconsiderazione giudiziale. Si noti che la Corte non sostituisce la revisione e riconsiderazione giudiziale al meccanismo della clemenza, ma le assegna uno spazio residuale o sussidiario, infatti tra queste misure… i procedimenti di clemenza hanno una certa efficacia nel salvare la vita a condannati in attesa di esecuzione e cita i tre casi dei messicani. Si trattava dei condannati (Fierro, Torres e Moreno Ramos) che, avendo esaurito i ricorsi interni, potevano sperare che la clemenza li salvasse da una morte certa e di ottenere la revisione e riconsiderazione dei verdetti.
Senza dirlo, la Corte stabilì, in modo indiretto, una specie di relazione tra la violazione dell’art. 36 par. 2 e la comminazione della pena, come la riparazione adeguata nel caso in cui siano stati esauriti i ricorsi di giurisdizione interna, senza pregiudicare la revisione e riconsiderazione del verdetto di colpevolezza. Infine, avendo sancito, la Corte, l’efficacia verso i terzi della sua decisione, il caso Avena dovrebbe essere l’ultimo e lo si spera di questo tipo di controversia.

3.10 L’applicazione, post-Avena, della Convenzione di Vienna sulle relazioni consolari da parte delle Corti degli Stati Uniti d’America.

Nelle settimane prima che la Corte pronunciasse la sentenza, le autorità giudiziali dell’Oklahoma fissarono la data di esecuzione per Osvaldo Torres il 18 maggio 2004, e ciò venne denunciato a suo tempo dal Messico, perché violava l’ordinanza di misure provvisorie. La Corte indicò la sua preoccupazione per questa circostanza nella sentenza, ma stabilì che, a partire dalla data della sentenza, gli obblighi a carico degli Stati Uniti indicati nell’ordinanza di misure provvisorie, erano sostituiti dalle misure indicate nella sentenza e sottolineò che nei confronti dei casi delle tre persone, che beneficiarono delle misure provvisorie,
gli Stati Uniti devono adottare un rimedio di riparazione adeguato, dello stesso tipo di quello della revisione e riconsiderazione, conforme a quanto stabilito nella sentenza.
Il 13 maggio 2004 la Corte d’appello penale dello Stato dell’Oklahoma decretò la sospensione definitiva dell’esecuzione di Osvaldo Torres e ordinò una nuova udienza presso una Corte distrettuale perché si revisionassero alcune prove apportate nel procedimento in cui fu emesso la condanna a morte. A riguardo il giudice Chapel, in una sua opinione, conforme a quella maggioritaria, osservò che in virtù della clausola di supremazia del diritto internazionale, sancita dall’art 6 della Costituzione degli Stati Uniti, la facoltà del governo federale di stipulare trattati è indipendente e superiore a quella degli Stati federati e affermò che la Corte d’appello è vincolata dal Trattato e in questo senso: we are bound to give full faight and credit to the Avena decision... the State Department has also consistently turned to the International Court of Justice to provide a binding resolution of disputes under the Vienna Convention, and has relied on the binding nature of International Court of Justice decisions to enforce United States rights under the Convention. The Avena decision mandates a remedy for a particolar violation of Torre’s, and Mexico’s rights under the Vienna Convention.
La decisione della Corte dell’Oklahoma risponde alla richiesta dell’habeas corpus straordinario che presentarono i difensori del connazionale il 30 aprile del 2004. Attraverso questo ricorso, la difesa del signor Torres fece valere le grandi violazioni commesse in quel caso, inclusa la violazione dell’art. 36 della Convenzione di Vienna sulle relazioni consolari da parte delle autorità dell’Oklahoma. Allo stesso modo, gli avvocati fecero notare alla Corte statale la mancanza di prove che accreditassero la partecipazione del signor Torres alla commissione materiale di quei delitti, per i quali venne comminata la pena capitale. Da parte sua, il governo del Messico intervenne, come amicus curie, davanti alla Corte dell’Oklahoma, in base alla sentenza Avena. Il Messico esortò il tribunale dell’Oklahoma a considerare il ricorso di habeas corpus, come un mezzo che adempie alla revisione e riconsiderazione del caso del signor Torres, sancita nella sentenza della Corte Internazionale di Giustizia.
Nello stesso giorno in cui la Corte d’ appello decise di sospendere definitivamente l’esecuzione, il governatore dell’Oklahoma cambiò la sentenza di morte di Osbaldo Torres in ergastolo. Nella sua decisione, il governatore fece riferimento espressamente alla violazione della Convenzione di Vienna, come uno dei motivi che lo portò a considerare favorevolmente la raccomandazione della Giunta di Perdono dello Stato.
Questo caso dimostra la possibilità concreta di dare compimento a una decisione di un organo giudiziale internazionale, senza necessariamente cancellare (però senza che si sostituisca) la possibilità di clemenza, quando si sono esauriti tutti i ricorsi interni. Se il governatore non avesse commutato la pena, poteva succedere che la Corte distrettuale revocasse la pena e condannasse il connazionale ad una pena diversa.
Con la commutazione della pena, resta aperta la possibilità per Osbaldo Torres di chiedere la revisione e riconsiderazione del verdetto di colpevolezza.
Inoltre, il 12 agosto del 2004, una Corte federale dello Stato dell’Oklahoma decise di commutare in ergastolo la condanna a morte del connazionale Rafael Camargo. Questo caso fu incluso nella lista dei messicani oggetto della controversia del Messico davanti alla Corte internazionale di giustizia.
Con la sua decisione, la Corte federale fece riferimento alla sentenza Avena, riconobbe che i diritti dell’art. 36 erano stati violati dalle autorità dello Stato dell’Arkansas e ritenne che la commutazione della pena è un mezzo di riparazione adeguato per sanare qualunque pregiudizio causato dalla violazione della Convenzione di Vienna.
In questo caso, gli avvocati del signor Camargo argomentarono, con l’appoggio del governo del Messico, il ritardo mentale del condannato, che non venne considerato al momento giusto del procedimento, per la mancata assistenza consolare.
È ancora presto per conoscere l’impatto che avrà la sentenza della Corte nei restanti casi dei messicani condannati alla pena di morte negli Stati Uniti d’America. Ma con riferimento ai due casi precedenti è, senza dubbi, molto incoraggiante la possibilità materiale di dare compimento all’ordine della Corte e che aumentino i precedenti necessari che orientino i tribunali.
Allo stesso modo, si può generare, nelle giurisdizioni degli Stati Uniti d’America, un’attitudine ad un rispetto maggiore del diritto internazionale, che per i tempi che corrono non è cosa da poco.


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