Studio Legale Ranchetti


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Giurisprudenza

Camera arbitrale

Sentenze in materia di arbitrato


Il principio del contraddittorio è centrale e insopprimibile anche nella procedura arbitrale; ne consegue che è viziato da nullità il lodo pronunciato senza che sia stato fissato alle parti un termine per esporre le difese conclusionali e replicare alle conclusioni del consulente tecnico d'ufficio.
Cassazione civile, sez. I, 27 ottobre 2004, n. 20828

In tema di interpretazione del contratto, il criterio ermeneutico contenuto nell'art. 1367 c.c. - secondo il quale, nel dubbio, il contratto o le singole clausole devono interpretarsi nel senso in cui possono avere qualche effetto, anziché in quello secondo cui non ne avrebbero alcuno - va inteso non già nel senso che è sufficiente il conseguimento di qualsiasi effetto utile per una clausola, per legittimarne una qualsivoglia interpretazione pur contraria alle locuzioni impiegate dai contraenti, ma che, nei casi dubbi, tra possibili interpretazioni, deve tenersi conto degli inconvenienti cui può portare una (o più) di esse e perciò evitando di adottare una soluzione che la renda improduttiva di effetti. Ne consegue che detto criterio - sussidiario rispetto al principale criterio di cui all'art. 1362, comma 1, c.c. - condivide il limite comune agli altri criteri sussidiari, secondo cui la conservazione del contratto, cui esso è rivolto, non può essere autorizzata attraverso una interpretazione sostitutiva della volontà delle parti, dovendo in tal caso il giudice evitarla e dichiarare, ove ne ricorrano gli estremi, la nullità del contratto. (Nella specie, la S.C. ha cassato la sentenza della Corte d'appello che - in tema di arbitrato ed in presenza di una clausola compromissoria secondo cui il terzo arbitro avrebbe dovuto essere designato da un ente denominato "Collegio degli ingegneri e degli architetti", mai esistito o comunque esistito come collegio regionale degli ingegneri e degli architetti, non più operante al tempo della costituzione del collegio arbitrale - aveva ritenuto legittimo il ricorso ad un architetto designato dal Presidente del Consiglio dell'Ordine degli architetti di Trapani, invocando l'art. 1367 c.c.).
Cassazione civile, sez. I, 7 ottobre 2004, n. 19994

In tema di arbitrato, la clausola compromissoria che stabilisca un modo di nomina degli arbitri di impossibile attuazione pratica, è nulla ai sensi dell'art. 809, commi 2 e 3, c.p.c., ma ciò non comporta l'inesistenza del lodo arbitrale, che si verifica invece nelle sole ipotesi in cui, per inesistenza del compromesso o della clausola compromissoria, o per essere la materia affidata alla decisione degli arbitri estranea a quelle suscettibili di formare oggetto di compromesso, viene a mancare in radice la potestas decidendi, costituendo, quindi, la pronuncia arbitrale una vera e propria usurpazione di potere. Al di fuori di tali ipotesi, le eventuali difformità dai requisiti e dalle forme del giudizio arbitrale possono provocare solo la nullità del lodo che, una volta rilevata, non impedisce il passaggio alla fase rescissoria per l'accertamento della eventuale nullità del compromesso prevista dall'art. 829, comma 1, n. 1, c.p.c.
Cassazione civile, sez. I, 7 ottobre 2004, n. 19994

In tema di arbitrato, a norma dell'art. 816 c.p.c., in mancanza di esplicita previa indicazione delle parti, gli arbitri hanno facoltà di regolare lo svolgimento del giudizio nel modo che ritengono più opportuno, ma debbono in ogni caso assegnare alle parti i termini per presentare documenti e memorie ed esporre le loro repliche onde assicurare il corretto svolgimento del procedimento con il pieno rispetto del principio della regolarità del contraddittorio, che presiede anche allo svolgimento del giudizio arbitrale. Da ciò consegue la tardività e l'inammissibilità di quesiti formulati per la prima volta con la comparsa conclusionale, che è destinata solo a illustrare le ragioni delle pretese e delle richieste delle parti, senza possibilità alcuna di ampliare l'oggetto della controversia poiché ciò comporterebbe violazione del diritto di difesa della controparte.
Cassazione civile, sez. I, 21 settembre 2004, n. 18918

In tema di arbitrato rituale, la questione relativa alla determinazione dell'ambito oggettivo della clausola compromissoria - ossia alla individuazione delle controversie, nascenti dal contratto, che le parti, nell'esercizio della loro autonomia privata, hanno inteso compromettere in arbitri - e, quindi, dell'ambito oggettivo del potere decisorio degli arbitri stessi, integra, non già una questione di "competenza" di questi ultimi, bensì una questione di merito, la cui soluzione richiede, mediante l'interpretazione della clausola secondo i normali canoni ermeneutici codicistici dettati per l'interpretazione dei contratti (art. 1362 e ss. c.p.c.), (l'indagine sulla e) la determinazione della "comune intenzione delle parti" circa il contenuto oggettivo che le stesse hanno inteso dare alla clausola medesima; in questa prospettiva, ove il "senso letterale delle parole" in essa utilizzate non conduca univocamente alla individuazione della comune volontà delle parti, deve valutarsi anche "il loro comportamento complessivo anche posteriore alla conclusione del contratto", e, in questo senso, darsi rilievo al comportamento tenuto dalle parti nel procedimento arbitrale, al fine di verificare la sussistenza di una inconciliabile incompatibilità tra un determinato comportamento, che sia univocamente volto al riconoscimento della "competenza" arbitrale, e la mera espressione della volontà di avvalersi dell'eccezione stessa. Ne deriva che, una volta che gli arbitri abbiano fissato, mediante l'interpretazione della clausola, l'ambito oggettivo di essa e, quindi, del loro potere decisorio, il relativo dictum, proprio in quanto ha previamente definito i "confini" della clausola stessa, non è impugnabile per nullità ai sensi dell'art. 829, comma 1, n. 4, c.p.c. (per avere, cioè, "pronunciato fuori dei limiti del compromesso" o della clausola compromissoria), bensì unicamente ai sensi del combinato disposto degli art. 829, comma 1, n. 5, e 823, comma 2, n. 3, c.p.c., vale a dire nel solo caso in cui la motivazione sul punto in esame risulti radicalmente inidonea alla comprensione dell'iter logico-giuridico seguito dal collegio arbitrale o all'individuazione della "ratio decidendi" del lodo, ovvero, ai sensi dell'art. 829, comma 2, del codice di rito, per violazione o falsa applicazione delle regole ermeneutiche codicistiche.
Cassazione civile, sez. I, 21 settembre 2004, n. 18917

Il lodo arbitrale irrituale è impugnabile solo per i vizi che possono vulnerare ogni manifestazione di volontà negoziale, come l'errore, la violenza, il dolo e l'incapacità delle parti che hanno conferito l'incarico, o dell'arbitro stesso. In particolare, l'errore rilevante è solo quello attinente alla formazione della volontà degli arbitri, che si configura quando questi abbiano avuto una falsa rappresentazione della realtà per non aver preso visione degli elementi della controversia o per averne supposti altri inesistenti, ovvero per aver dato come contestati fatti pacifici o viceversa, mentre è preclusa ogni impugnativa per errori di diritto, sia in ordine alla valutazione delle prove che in riferimento alla idoneità della decisione adottata a comporre la controversia.
Cassazione civile, sez. I, 15 settembre 2004, n. 18577

L'ammissibilità del ricorso per cassazione ritualmente proposto avverso la sentenza della Corte d'appello resa in sede di impugnazione per nullità di un lodo arbitrale non è preclusa dal fatto che la stessa parte abbia precedentemente proposto analogo ricorso per cassazione direttamente avverso il lodo della cui impugnazione ha deciso la sentenza della Corte d'appello.


La morte della parte, ancorché dichiarata dal procuratore costituito, non comporta interruzione del procedimento arbitrale, ma esclusivamente la proroga, ai sensi della espressa previsione di cui all'art. 820, penultimo comma, c.p.c., del termine per la pronuncia del lodo.
Cassazione civile, sez. I, 9 settembre 2004, n. 18191

Nell'arbitrato irrituale il contraddittorio va inteso e seguito in relazione al contenuto della pronunzia arbitrale voluta dai compromettenti. Esso non si articola, quindi, necessariamente, in forme rigorose e in fasi progressive, regolate dall'arbitro - eventualmente - anche mediante richiamo a quelle del giudizio ordinario, fra cui quelle relative alle udienze di comparizione e di audizione delle parti, ma si realizza nei limiti in cui possa assicurarsi alle parti la possibilità di conoscere le rispettive ragioni e difendersi, di modo che ognuna deve avere la possibilità di farle valere e di contrastare le ragioni avversarie. Pertanto, è sufficiente che l'attività assertiva e deduttiva delle parti si sia potuta esplicare, in qualsiasi modo e tempo, in rapporto agli elementi utilizzati dall'arbitro per la sua pronuncia e, ove questi siano acquisiti mediante l'assunzione di prove, la relativa istruttoria non può essere segreta, ma deve essere svolta dando alle parti la possibilità d'intervenire e di conoscere i suoi risultati. (In applicazione di tale principio la Corte ha respinto il ricorso con il quale una delle parti si doleva della mancata redazione di un verbale delle operazioni e della mancata comunicazione delle attività compiute, prima dell'emissione della decisione finale, senza allegare e provare il compimento di uno specifico atto istruttorio diverso dall'esame dei documenti versati da ciascuna di esse).
Cassazione civile, sez. I, 8 settembre 2004, n. 18049

In tema di arbitrato, l'art. 814 c.p.c. qualifica come solidale l'obbligo delle parti di corrispondere agli arbitri gli onorari e di pagare le spese del giudizio arbitrale, sicché deve escludersi che l'omessa citazione di tutte le parti interessate, nello speciale procedimento avanti al presidente del tribunale, dia luogo ad un'ipotesi di nullità del giudizio, l'omessa citazione producendo soltanto l'inopponibilità dell'ordinanza alle parti pretermesse.
Cassazione civile, sez. I, 3 settembre 2004, n. 17808

Il termine di novanta giorni stabilito dall'art. 828, comma 1, c.p.c. per l'impugnazione del lodo decorre dalla data della notifica del lodo medesimo ad istanza di parte, della quale non costituisce equipollente la comunicazione integrale, a cura degli arbitri, ai sensi dell'art. 825, comma 1, c.p.c., ancorché tale comunicazione sia eseguita (con forma più rigorosa di quella prevista della spedizione in plico raccomandato) mediante notificazione dell'ufficiale giudiziario.
Cassazione civile, sez. I, 30 agosto 2004, n. 17420


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