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Tesi

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INTRODUZIONE
Bullets kill men, but atomic bombs kill cities.
A tank is a defence against a bullet,
but there is no defence against a weapon that can destroy civilization…
Our defence is law and order.


La proliferazione delle armi di distruzione di massa (WMD) è ampiamente riconosciuta come la più seria minaccia contro l’umanità e la sicurezza nazionale dei paesi del mondo. L'attenzione pubblica per tale problematica è comunque variata durante gli ultimi decenni. Recentemente si registra un notevole e crescente apprezzamento dell'urgenza di nuovi sforzi per impedire la proliferazione, scoraggiare l'uso, e, se necessario, rispondere alle conseguenze degli attacchi che coinvolgono armi nucleari, biologiche o chimiche.
Le armi di distruzione di massa sono invenzioni del ventesimo secolo. Non c’è nulla di nuovo, naturalmente, riguardo la distruzione di massa, giacché sin dai tempi antichi le campagne militari hanno comportato spesso il massacro di decina di migliaia di soldati e di civili. Dal momento che la rivoluzione industriale ha meccanizzato la guerra, tuttavia, le nazioni industrializzate hanno cercato modi per uccidere in maniera piú efficiente truppe corazzate o indifese popolazioni sparpagliate su estese aree, nonché per spazzare via obiettivi militari ed economici. I ricercatori militari, dal canto loro, hanno prodotto armi capaci di trasportare gas tossici, batteri, e di generare esplosioni nucleari con artiglieria, bombe aeree e, successivamente, missili.
Sia le Potenze Centrali (Germania, Austria e Ungheria) che gli Alleati hanno usato per la prima volta gas tossici durante la grande guerra (1914-1918). Il Giappone ha inaugurato la guerra biologica nei suoi attacchi ai cinesi all'inizio della seconda guerra mondiale, ma tutte le nazioni belligeranti avevano, comunque, programmi di ricerca sulle armi biologiche, e la Germania ha usato gas tossici per uccidere milioni di ebrei e altri prigionieri nei suoi campi di concentramento. Alla fine di quella guerra le armi nucleari sono state poi utilizzate, per la prima ed ultima volta, quando gli Stati Uniti hanno colpito le città giapponesi. Gli arsenali mondiali di armi nucleari hanno raggiunto un picco durante i decenni della guerra fredda degli anni ‘60, ’70 e l'inizio degli anni ‘80, quando i paesi aderenti sia alla Nato che al patto di Varsavia hanno perfezionato e prodotto decine di migliaia di armi chimiche, biologiche e nucleari. Da allora la quantità totale di queste armi è diminuita drammaticamente. Anche prima della conclusione della guerra fredda gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica si sono trovati d’accordo nel ridurre i loro arsenali nucleari e nell’eliminare tutte le armi chimiche e biologiche.
Quando lo spauracchio di una guerra mondiale termonucleare tra le due superpotenze è svanita, i funzionari e gli esperti hanno, però, ammesso che la propagazione di quel tipo di armi negli altri paesi rimaneva la minaccia più seria. Nel mese di gennaio del 1992, per esempio, gli Stati membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite hanno dichiarato che la diffusione delle armi di distruzione di massa ha costituito una minaccia contro la pace e la sicurezza internazionale. Nel 1998, la Defence Intelligence Agency (DIA) ha concluso, senza mezzi termini, la sua valutazione annuale affermando che la proliferazione di armi nucleari, chimiche e biologiche, missili ed altre tecnologie chiave, rimane la più grande minaccia agli interessi degli Stati Uniti su scala mondiale. Il presidente Gorge W. Bush, agli inizi del 2001, ha sostenuto che la grave minaccia da armi nucleari, biologiche e chimiche non è andata via con la guerra fredda, ma che si è al contrario evoluta, trasformandosi in diverse forme di minaccia, alcune di esse più dure da vedere e da combattere.
Oggi ci sono due rischi di proliferazione di tali armi, connessi tra loro: da un lato più paesi potrebbero procurarsi queste armi, dall’altro é possibile che gruppi locali e terroristici le acquistino e le usino per i loro scopi.
Per anni i responsabili delle decisioni politiche si sono concentrati sul primo rischio, che ha, tra l’altro, recentemente interessato programmi militari sospetti di alcuni “Stati canaglia” (c.d. rogue-States). Dopo l’11 settembre del 2001, l'uso terroristico delle armi di distruzione di massa sembra il pericolo più urgente, ma lo stato di tensione del Sud Asia ci ricorda che l'acquisto di quelle armi, anche da parte di nazioni consolidate, comporta sicuramente catastrofi.
Le Nazioni si trovano oggi di fronte a minacce serie ed immediate, date dall’esistenza di migliaia di armi nucleari e chimiche nel mondo; esse sono esposte pure alla possibilità che alcuni paesi o gruppi abbiano ancora armi biologiche o presto potrebbero averne dal momento che esiste una vasta gamma di meccanismi di distribuzione di queste armi, tra cui missili balistici e di crociera, aerei, navi, camion e buste.
E’, inoltre, attualmente riconosciuto il pericolo crescente rivestito dalle organizzazione terroristiche, considerata la loro dimostrata capacità di uccidere migliaia di persone, non attraverso l’uso delle tradizionali armi di distruzione di massa, bensì distruggendo e sabotando infrastrutture urbane ed industriali di rilevanza critica.
Per quanto riguarda la struttura di tale lavoro di ricerca, si introduce, in una prima parte, il quadro istituzionale dei trattati e delle convenzioni che sono alla base della non proliferazione delle armi di distruzione di massa. Successivamente la parte centrale si concentra sull’analisi di due pareri, di diversa ampiezza ed importanza, resi dalla Corte Internazionale di Giustizia nel luglio del 1996, in risposta a due quesiti in merito alla valutazione della liceità o meno dell’uso o della minaccia di uso di armi nucleari in base al diritto internazionale.
Il primo parere, di minore importanza, era stato sollecitato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, la quale chiedeva di stabilire se, tenuto conto degli effetti delle armi nucleari sulla salute e sull’ambiente, l’uso di queste armi da parte di uno Stato nel corso di un conflitto armato costituisse violazione degli obblighi rispetto al diritto internazionale, inclusa la Costituzione dell’OMS.
Il secondo parere richiesto alla Corte, di importanza senz’altro maggiore rispetto al quello dell’OMS, prendeva le mosse da una risoluzione dell’Assemblea Generale dell’ONU, concernente la liceità del ricorso alla minaccia o all’uso di armi nucleari in qualunque circostanza.
Una volta ripercorso il contenuto sia del quesito, sia della risposta della Corte, evidenziando le problematiche che vengono affrontate e svolgendo alcune considerazioni in proposito, si approfondiscono i recenti eventi relativi al disarmo dell’Iraq e all’uso della forza nel diritto internazionale.
In tale caso, attraverso un excursus sulle varie Risoluzioni adottate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, si cerca di fornire alcune chiavi interpretative del comportamento degli Stati rispetto alla questione della guerra in Iraq, inquadrandoli nella dimensione giuridica fornita dal diritto internazionale.
Ritengo, a questo proposito, di estrema importanza riportare in appendice il G8 Action Plan on Nonproliferation, documento ufficiale, datato giugno 2004 e frutto dei lavori del Summit G8 tenutosi nei giorni scorsi a Sea Island, Georgia (USA), che indica le attuali misure da adottare per rinforzare il regime di non proliferazione mondiale delle armi di distruzione di massa.
A questo punto appare doveroso spiegare che, per il buon esito di tale lavoro, sono state fondamentali determinate attività di ricerca svolte negli ultimi due anni: in primis il tirocinio al quartier generale delle Nazioni Unite a New York, presso l’ufficio del Sottosegretario Generale per il Disarmo (UN-DDA), eccezionale opportunità di crescita personale e professionale che mi ha messo in contatto con l’Istituto delle Nazioni Unite per la Ricerca sul Disarmo (UNIDIR), la cui trimestrale rivista mi ha sempre fornito degli ottimi spunti di riflessione sulla materia; in secondo luogo l’attività di ricerca da me svolta in Norvegia, presso l’Università di Bergen, che è stata premiata dalla facoltà di giurisprudenza con la pubblicazione della mia tesi sulla rivista legale di ateneo.
Infine corre l’obbligo di ringraziare il Prof. Luigi Sico, relatore della tesi di laurea e tutor del mio excursus accademico, per l’attenzione che dedica ai risvolti giuridici di tematiche importanti come quella che si deve discutere oggi.
Uno speciale ringraziamento ai miei genitori, fiduciosi sostenitori delle mie iniziative ed insostituibile supporto in tutti i momenti più delicati, e alla Dott.ssa Manuela Alfè, che mi ha costantemente guidato nel metodo e nella forma durante lo sviluppo del testo.
CAPITOLO I
ASPETTI DEL DISARMO


1.1 CENNI STORICO-POLITICI


« [...] Le armi nucleari sono intrinsecamente pericolose, estremamente costose, militarmente inefficaci e moralmente indifendibili! »
« (...) E' possibile creare un consenso globale sull'affermazione che le armi nucleari non hanno alcun ruolo difendibile, che le ampie conseguenze del loro uso trascenderebbero ogni possibile utilità militare, che, come vere e proprie armi di distruzione di massa, la necessità di una loro eliminazione è mille volte più urgente dell' eliminazione delle mortali armi chimiche e biologiche, che sono già state ampiamente dichiarate immorali, illegittime e sottoposte a distruzione e di cui è stata proibita ogni futura produzione? Io sostengo che questo consenso non è solo possibile: è imperativo!» .
Gli anni immediatamente successivi all'impiego delle armi nucleari da parte del Governo U.S.A. in un conflitto su vasta scala segnano una svolta, non apparente, che interesserà l’intera Comunità Internazionale e che getterà le basi per la realizzazione futura di accordi sull'impiego "esclusivamente pacifico" dell’ energia nucleare.
Le tensioni internazionali tra le grandi Superpotenze, create dalla guerra fredda, a distanza di qualche decennio, determinarono solo una modesta sospensione dei dialoghi sul disarmo, ma non intaccarono quelle che ormai sembravano le linee di condotta segnate dall'impegno di tutti i Paesi, dotati o no di armamenti nucleari. Tuttavia il gioco di equilibri strategici ebbe, come necessaria conseguenza, la creazione di blocchi contrapposti e lo sviluppo, soprattutto in Paesi instabili politicamente, di tecnologie adeguate all'impiego bellico del nucleare, il tutto fuori da qualsiasi controllo.
La questione, tutt'oggi estremamente dibattuta, della liceità dell'uso delle armi nucleari è stata portata all'attenzione della Corte Internazionale di Giustizia (CIG), chiamata a pronunciarsi in merito a due diversi quesiti posti dall’ Assemblea dell' Organizzazione Mondiale della Sanità e dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, sotto la spinta di numerose organizzazioni non governative attivissime nel campo della denuclearizzazione bellica.

1.2 IL TRATTATO DI NON PROLIFERAZIONE


Gli sforzi tendenti ad ottenere garanzie adeguate, da un lato, da parte degli Stati dotati di ordigni nucleari, a che non si verificasse una proliferazione incontrollata dell' armamento atomico (specie attraverso la diffusione di informazioni e tecnologie a Paesi allineati politicamente), dall'altro, da parte degli Stati non dotati di armamento atomico, a che fossero adottate misure concrete di disarmo, hanno avuto un riscontro positivo nel raggiungimento di numerosi accordi internazionali.
Lo strumento che ha avuto, però, un ruolo decisivo nella negoziazione internazionale sul disarmo è senza alcun dubbio il Trattato di Non Proliferazione (TNP), definitivamente sottoscritto nel 1968 ed entrato in vigore nel 1970. Originariamente stipulato, a maggioranza degli Stati aderenti, per una durata di 25 anni, con possibilità di ulteriori brevi proroghe, al termine della Va Conferenza di New York, convocata tra l’aprile ed il maggio del 1995, il Trattato, che aveva riscosso larghissimi consensi a giudicare dall’ alto numero di adesioni (181 Paesi partecipanti nel 1996) veniva prorogato a tempo indeterminato.
Il Trattato, nel suo testo definitivo, si propone la realizzazione di due obiettivi solo apparentemente in contraddizione: 1) da un lato il totale e completo disarmo; 2) dall'altro il controllo della crescita degli armamenti. Difatti, e l’orientamento sembra essere confermato dalla lettura dell’art.6 del Trattato, l'intento è quello di scongiurare uno sviluppo sia orizzontale che verticale dell’accaparramento bellico.
La realizzazione del primo obiettivo parte dall’amara constatazione che la proliferazione degli armamenti in generale, ed anche di quelli nucleari in particolare, non è la causa, bensì l'effetto dell’instabilità politico-territoriale di molti Stati, situati in regioni “calde”, dal punto di vista bellico. L’assenza di Autorità Internazionali, dotate di poteri in grado di dirimere le controversie tra gli Stati, rende la questione del disarmo estremamente delicata, specie in zone nelle quali qualsiasi azione militare, anche solo a carattere difensivo, che però sfugga alle garanzie di un attento controllo internazionale, viene interpretata come possibile minaccia, con la conseguenza di indurre, soprattutto gli Stati confinanti, a preferire la conservazione dei propri arsenali, con ciò vanificando gli sforzi dei negoziati di segno contrario.
Il secondo obiettivo, invece, parte dall’opposto principio secondo cui le cause dei maggiori conflitti trovano la loro sede in motivazioni assai profonde e radicate nella mentalità politica, culturale, religiosa, economica e sociale dei singoli Stati. Di conseguenza, l’unico modo per far fronte alle minacce possibili dei Paesi vicini è quello della realizzazione di arsenali militari che possano garantire la difesa e 1’integrità dei confini territoriali.
Nel primo come nel secondo caso la necessaria tendenza a violare il regime di non proliferazione imposto dal Trattato sarà perciò, di volta in volta, condizionata dall’atteggiamento dei singoli Stati interessati, ma anche da quello delle grandi potenze, a seconda della loro maggiore o minore disponibilità a procedere verso un generalizzato e completo disarmo.
A tal scopo i Paesi aderenti al TNP hanno elaborato un sistema di verifica del rispetto del regime di non proliferazione che, se da un lato offre maggiori garanzie di controlli internazionali sull’orientamento effettivo dei singoli Stati (specie di quelli sottoposti a controlli di salvaguardia), dall’altro manifesta una sorta di disparità nel trattamento: infatti, mentre il Trattato impone misure severe di salvaguardia per i Paesi militarmente non nuclearizzati (NNWS), si affida invece alla buona fede dei Paesi militarmente nuclearizzati (NWS) per il duplice impegno a, da un lato, non trasferire a Paesi terzi informazioni e tecnologie per l’impiego bellico del nucleare e, dall’altro, attivarsi coerentemente nella negoziazione internazionale per la fine della corsa agli armamenti e la conclusione di un Trattato globale per il disarmo nucleare e di ogni altro strumento di distruzione di massa.
Il sistema di controllo appare oggi sicuramente potenziato grazie all’attribuzione all’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA) del compito di accertare l’esistenza di programmi nucleari segreti, anche se il ruolo dell’Agenzia rimane limitato, in quanto i controlli sono vincolati ai soli siti dichiarati ed al materiale nucleare in essi localizzato. Solo un auspicabile collegamento tra l’Agenzia ed il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con la conseguenza di estendere le relative ispezioni anche ai siti non dichiarati, renderebbe veramente efficace il sistema dei controlli operati da questo organo. Di fatto però questa eventualità oggi rimane irrealizzabile, soprattutto per la forte riluttanza dei singoli Stati a rinunciare alla sovranità nazionale, effetto necessario della disponibilità a sottoporre il proprio territorio ad un regime di controlli adeguatamente stringente, tale da disincentivare, tra l’altro, programmi interni di impiego del nucleare per fini pacifici. Tuttavia, solo l’accettazione di una tale politica dimostrerebbe una concreta volontà, sul piano internazionale, di realizzare negoziati ed accordi coerenti, dando, così, piena attuazione agli impegni sottoscritti dai Paesi parte con il TNP. Se, invece, si sceglie la strada della difesa delle proprie prerogative nazionali, il disarmo nucleare rimane un obiettivo a lungo termine, da conseguire progressivamente.

1.3 IL TRATTATO SULLA CESSAZIONE DEGLI ESPERIMENTI NUCLEARI


Accanto al TNP un posto di rilievo nella problematica del disarmo nucleare, a livello internazionale, spetta senza dubbio anche al Trattato sulla Cessazione degli Esperimenti Nucleari (CTBT) che, da un lato ha limitato fortemente il moltiplicarsi degli Stati militarmente nuclearizzati (proliferazione orizzontale), dall’altro ha sancito l’impegno ad impedire l’arricchimento degli arsenali già esistenti in seno alle cinque potenze nucleari (proliferazione verticale).
Il Trattato, nato allo scopo di proibire tutti gli esperimenti nucleari, ha avuto una portata molto più ampia del Trattato di Mosca del 5 agosto 1963 (PTBT), con cui venivano interdetti esperimenti nucleari sottomarini, nell’atmosfera e nello spazio. Lo stesso però venne elaborato soprattutto allo scopo di eliminare la principale fonte di contaminazione radioattiva (problema che all’epoca si faceva piuttosto preoccupante dal momento che le esplosioni, specie nel sottosuolo, si intensificavano), piuttosto che per muovere un primo passo verso una concreta limitazione degli esperimenti stessi.
In realtà la firma del CTBT fu salutata con estremo favore da tutti i Paesi signatari, anche perché i cinque Stati nuclearizzati avevano già aderito ad una moratoria, momentaneamente sospesa prima dalla Cina e poi dalla Francia, che rappresentava il primo passo verso la stesura di un documento che impedisse definitivamente qualsiasi tipo di esperimento nucleare. Questa fu, tra le altre, la ragione delle numerose adesioni successive alla entrata in vigore del Trattato, che era considerato un atto di notevole rilevanza politica. Con l'adesione, ogni Stato parte si impegnava, a tempo indeterminato, a non effettuare alcun esperimento nucleare, sottoponendo tale impegno a verifiche e controlli, secondo le disposizioni contenute nel documento. Nasceva così la necessità della creazione di un Organismo internazionale di controllo (CTBTO), già previsto dal Trattato, col compito (arduo) di vigilare sul rispetto degli accordi da parte degli Stati membri, che si basava sull’uso di poteri propri di ispezione e della futura collaborazione della IAEA (considerando le necessarie interferenze tra CTBT e TNP riguardo ai controlli).
Volendo fornire una breve valutazione dell’effettività delle misure regolate da tali accordi, é bene sottolineare come la speranza di giungere nel prossimo futuro al completo ed incondizionato rispetto degli accordi presi con il CTBT sia vanificata dalla possibilità di ricorrere alle sperimentazioni attraverso simulazioni da laboratorio, che sfuggono al meccanismo di controlli riportato sopra.
E’ comunque possibile immaginare che tale complicato meccanismo di verifiche ed ispezioni introdotto dal CTBT sia un ottimo deterrente contro il diffondersi dei test atomici.





1.4 LE INIZIATIVE MINORI E GLI ACCORDI REGIONALI


Rispetto alle iniziative tendenti a porre limiti concreti alla proliferazione atomica, esaminate sinora, ce ne sono state, tuttavia, numerose, di minore portata, ma di non minore rilevanza nell’ambito della nostra trattazione.
Tra esse, particolare attenzione merita il Cut off Treaty. Proposto già dal Presidente Clinton alla fine del settembre del 1993, il Trattato fu elaborato in seno alla Conferenza sul Disarmo ed ha avuto un ruolo decisivo nella preparazione del CTBT.
Ancora, un'impronta notevole è stata data anche da accordi sul disarmo su scala regionale, fra essi: il Trattato di Tlatelolco del 1967, per l'interdizione delle armi atomiche nella regione dell’America Meridionale; il Trattato di Rarotonga del 1985, per la creazione della zona denuclearizzata del Pacifico Meridionale; il Trattato per 1'istituzione di una zona denuclearizzata del Sud-est Asiatico del 1995; infine il Trattato per la denuclearizzazione dell’Africa de1 1996.

1.5 LE GARANZIE NEGATIVE


Accanto all’impegno concreto e coerente da parte delle Nazioni dotate di ordigni atomici (NWS), che si manifesta nella stipulazione di accordi aventi come scopo il progressivo e totale smantellamento dei propri armamenti nucleari, esiste anche una particolare iniziativa intrapresa dai NWS nei confronti degli Stati non dotati di armi atomiche (NNWS), le cosiddette garanzie negative.
La prima di tali garanzie consiste nell’impegno al non uso degli ordigni nucleari da parte dei NWS contro i NNWS, oltre a quella di offrire assistenza in caso di attacco da parte di altre Nazioni con armi nucleari.
Le c.d. garanzie negative però non costituiscono un vero e proprio diritto per i NNWS, ma sono lasciate alla spontanea applicazione da parte degli Stati che le hanno fornite, e che hanno anche aderito ai vari Trattati di denuclearizzazione.
Sono per lo più atti unilaterali, variamente condizionati e dalla dubbia natura giuridica; spesso oggetto di accese discussioni, quanto alla loro applicazione, non essendo ancora del tutto chiaro, infatti, se siano vincolanti per gli Stati che li adottano.
I Paesi che per primi rilasciarono tali garanzie furono la Russia, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, attraverso dichiarazioni unilaterali dal contenuto non uniforme; solo più tardi (dopo la loro adesione al TNP) si aggiunsero la Francia e la Cina.
Fu infine grazie alla Ris. n°984 dell’ 11 aprile 1995 che, in seno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nacque l'esigenza di vedere tutelato il legittimo interesse dei NNWS a ricevere assistenza dai NWS in caso di attacco nucleare.
Infine, l’impegno costante dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, nell’intento di porre un serio freno alla corsa agli armamenti nucleari, si è ulteriormente manifestato con una serie di risoluzioni, votate prima delle richieste di parere sulla liceità delle armi atomiche.
L’Assemblea Generale ha voluto con ciò evidenziare la convinzione secondo la quale l’esistenza e la messa a punto di ordigni nucleari rappresenta forse la minaccia più grave per la stessa sopravvivenza della Comunità Mondiale, e solo l’eliminazione, totale e completa, di questa minaccia può essere una seria garanzia contro l’eventualità di un conflitto nucleare.


1.6 ASPETTI DEL DISARMO BIOLOGICO E CHIMICO: Biological Weapons Convention (BWC) e Chemical Weapons Convention (CWC)

Le armi chimiche ed i relativi sforzi per la loro eliminazione non sono fenomeni del tutto moderni. Già nell’antichità venivano usate sostanze chimiche-batteriologiche a scopi bellici ed in ogni generazione si sono sviluppate nuove sostanze, anche più pericolose e letali delle precedenti.
Fortunatamente, gli sforzi per controllare la proliferazione delle armi chimiche e regolarne il loro uso hanno caratterizzato l’azione del sistema internazionale, fin da quando le armi chimiche hanno costituito una minaccia per la vita degli esseri umani, della fauna e della flora.
Sia in epoca medievale, che nel periodo antico, l’uso di veleni (per es. frecce avvelenate) era molto comune in guerra.
Il primo accordo internazionale inteso a limitare l’uso delle armi chimiche risale al 1675 quando, a Strasburgo, la Francia e la Germania siglarono un patto per l’interdizione dell’uso di pallottole avvelenate.
Per quanto riguarda, invece, la guerra batteriologica, il prototipo viene fatto risalire al 1743, quando alcuni coloni americani distribuirono coperte contaminate dal virus del vaiolo ad una tribù indiana, con il deliberato scopo di sterminarla.
Nel 1874, a Bruxelles, è stata adottata la Convention on the Law and Custom of War: essa ha proibito l’utilizzo di veleno o armi tossiche, e l’uso di proiettili o materiale idonei a causare inutili sofferenze.
Una conferenza internazionale per la pace, tenutasi all’Aja nel 1899, ha condotto poi alla firma di un accordo che proibisce l’uso di proiettili riempiti di gas tossici.
Il primo uso di armi chimiche su vasta scala, nell’era moderna, si è verificato durante la prima guerra mondiale, sui campi di battaglia vicino Ieper, in Belgio.
Nel corso di quella guerra, 100.000 tonnellate di prodotti chimici tossici, come cloro, gas mostarda e fosgene, sono stati impiegate contro soldati e civili, con il risultato di 90.000 morti ed oltre un milione di feriti.
La pressione esercitata dall’opinione pubblica mondiale, ancora sconvolta dagli orrori della guerra chimica da poco conclusa, portò il 17 giugno 1925 alla firma, a Ginevra, del Protocollo per la proibizione dell’uso in guerra di gas asfissianti velenosi o di altri gas e dei metodi batteriologici di guerra (cd. Protocollo di Ginevra).
Esso vieta l’impiego di armi chimiche come mezzo di aggressione, ma non proibisce lo sviluppo, la produzione o il possesso di tali armi.
Molti Stati, così, firmarono il Protocollo di Ginevra, ma con la riserva che avrebbero avuto il diritto di reagire con armi chimiche nel caso in cui essi o i loro alleati fossero stati attaccati in tal modo. Altri, invece, si sono riservati anche il diritto di utilizzare le armi chimiche contro Stati che non avessero preso parte al Protocollo.
Dopo la fine della seconda guerra mondiale, un conflitto in cui non furono usate armi chimiche, gli orrori delle nuove capacità nucleari delle maggiori potenze del mondo sono diventati prioritari per l’ordine del giorno del sistema di controllo globale delle armi.
Tuttavia, negli anni ‘60, il Committee on Disarmament di Ginevra ha continuato a discutere la problematica del disarmo chimico e biologico e, nel 1971, ha completato il lavoro della Convenzione sulla proibizione dello sviluppo, produzione ed immagazzinaggio delle armi batteriologice (biologiche) e tossiche e loro distruzione (the Biological Weapons Convention or BWC).
Il BWC, primo trattato multilaterale sul disarmo che proibisce la produzione e l’uso di un’intera categoria di armi, é stato il risultato degli sforzi della Comunità Internazionale per stabilire un nuovo strumento che avrebbe integrato il Protocollo di Ginevra del 1925. Esso é entrato in vigore nel 1975, dopo che furono aperte le procedure per la firma a partire dal 1972.
Le armi biologiche, quanto a distruzione di massa, sono seconde solo alle armi atomiche. Ciononostante, non essendo contemplato nella Convenzione l’uso di procedure di verifica, è rimasta aperta una scappatoia che ha permesso agli Stati aderenti di continuare, senza ostacoli, il proprio programma di guerra biologica per altri venti anni.
Ad ogni modo, negli ultimi anni, gli Stati membri stanno negoziando un protocollo di verifica e delle misure addizionali per rafforzare la BWC.
Le Nazioni partecipanti alle trattative della BWC si sono poi impegnate nel continuare a negoziare un trattato, che vietasse l’uso e la produzione anche delle armi chimiche.
Nel 1980, presso la Conference of the Committee on Disarmament, è stato istituito un gruppo di lavoro ad hoc sulle armi chimiche, che ha ricevuto mandato formale di negoziare il testo di una Convenzione per il divieto delle armi chimiche.
Dal 1987, sono state poste in essere regolari riunioni con i rappresentanti dell’industria chimica civile, che partecipavano allo scopo di ricevere l’assicurazione che, nel corso di tali negoziazioni, fossero tenuti in conto anche i loro interessi.
Dalla fine del 1988 è iniziato, poi, un ciclo di ispezioni nazionali, sia alle attrezzature industriali che militari, per verificare i provvedimenti presi.
I negoziatori hanno deciso subito che, a differenza delle convenzioni precedenti, questo trattato avrebbe incluso un regime di verifica destinato a monitorare il rispetto, da parte degli Stati membri, delle sue disposizioni.
I negoziati inerenti ad un trattato per il divieto delle armi chimiche sono andati avanti per 12 anni, dal 1980 al 1992. Si era quasi al termine di queste trattative a Ginevra, quando l’uso di armi chimiche da parte dell’Iraq, contro l’Iran e i propri cittadini curdi in Halabja, è stato portato all’attenzione di tutto il mondo.
Gli effetti sui civili del gas mostarda e di altri agenti chimici, nonché gli orrori fotografati e pubblicati in tutto il mondo, hanno reso ancora più urgente il lavoro dei diplomatici su un trattato che, non solo vietasse l’uso, la produzione e la conservazione di armi chimiche, ma che contenesse anche dei meccanismi adeguati di verifica del rispetto, da parte degli Stati, delle norme adottate.
Il testo di tale convenzione, senza precedenti riguardo a scopo e rigorosità del suo regime di controlli, è stato adottato dalla Conferenza sul Disarmo a Ginevra il 3 Settembre 1992: la Convenzione sulla proibizione dello sviluppo, produzione ed immagazzinaggio ed uso delle armi chimiche e sulla loro distruzione (Chemical Weapons Convention or CWC).
La CWC si è aperta per la firma con una cerimonia a Parigi, nel gennaio del 1993, ed è stata depositata dal Segretario Generale delle Nazioni Unite a New York.
La CWC è il primo accordo sul disarmo, negoziato nell’ambito di una struttura multilaterale, che provvede all’eliminazione di un’intera categoria di armi di distruzione di massa, sotto un controllo internazionale applicato universalmente.
La Convenzione di Parigi, strumento di grande rilevanza nell'ambito del processo di disarmo internazionale, prevede in primo luogo l'impegno da parte degli Stati firmatari a cessare la produzione e l'uso di armi chimiche; in un secondo momento, si dovrà procedere alla distruzione degli arsenali esistenti ed allo smantellamento degli impianti per la produzione di tali armi.
Al fine di preparare l’entrata in vigore della CWC, che avverrebbe 180 giorni dopo il deposito della sessantacinquesima ratifica, è stata istituita una Commissione Preparatoria (Preparatory Commission) con la responsabilità di redigere le procedure dettagliate di funzionamento e, per far vigilare sul rispetto dei patti concordati, di porre in essere le necessarie infrastrutture per l’Autorità sovranazionale permanente che tale Convenzione prevede: l’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche (OPCW), i cui organi sono dotati di penetranti poteri di controllo e di ispezione.
La sede di quest’organizzazione è stata stabilita all’Aja, in Olanda.
Per quattro anni la Commissione Preparatoria ha posto le basi per rendere esecutive le disposizioni della Convenzione, trovando accordi su problemi irrisolti, stabilendo le procedure per consentire gli Stati membri di fare dichiarazioni e, cosa più importante, creando un corpo di più di 200 ispettori che, controllando siti sia militari che industriali, sarebbero poi stati il cuore del regime di controllo della CWC.
Durante questo fase, nel 1995, la setta religiosa di Aum Shinrikyo ha diffuso, nella metropolitana di Tokyo, degli agenti chimici a base di gas nervino e ha pianificato altri attacchi in Giappone con prodotti ed armi chimiche. I feriti sono stati migliaia.
Quest’incidente ha provato quanto pericolose potessero essere queste armi e quanto concreta fosse la minaccia incombente, specialmente se le armi dovessero cadere nelle mani di organizzazioni terroristiche.
La CWC è entrata in vigore il 29 Aprile 1997, 180 giorni dopo il deposito della sessantacinquesima ratifica, da parte dell`Ungheria; a quel punto, 87 Stati avevano ratificato la CWC divenendo perciò i primi Stati membri della Convenzione. Con la sua entrata in vigore, l`OPCW è stata formalmente istituita.
Tra l’aprile del 1997 e i giorni nostri l’OPCW è cresciuta, trasformandosi così in una sempre più importante organizzazione internazionale nel campo del controllo delle armi e del disarmo.
Essa si è sviluppata più velocemente di qualunque altra Organizzazione per il disarmo mondiale nella storia, passando dagli iniziali 87 Stati membri ai 164 della fine di maggio del 2004.
La CWC rimette agli Stati membri il compito di distruggere tutte le riserve di armi chimiche entro il 2007. Fino ad ora, l`OPCW ha supervisionato la distruzione di circa il 10% delle riserve mondiali.
L’OPCW ha uno Staff a tempo pieno di circa 550 funzionari civili internazionali ed un budget di circa 60 milioni di euro l’anno. Nell’ottobre del 2000, l`OPCW e le Nazioni Unite hanno stipulato un accordo formale per lo scambio di informazioni, risorse e personale. Il regime della CWC copre ora il 90% della popolazione mondiale, il 92% del territorio mondiale e il 98% delle industrie chimiche.
Mai in passato le Nazioni del mondo sono state così vicine alla distruzione di un’intera categoria di armi di distruzione di massa.
Solo con la completa collaborazione da parte di tutti gli Stati membri, per la causa del disarmo multilaterale, l’OPCW sarà in grado di terminare il suo compito e raggiungere il suo scopo: un mondo libero dalle armi chimiche.


CAPITOLO II

LA RICHIESTA DI PARERE DELL'OMS




2.1 LA CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA: composizione, funzione e poteri.


Nel processo di istituzionalizzazione delle relazioni internazionali, che prende le sue mosse dalla fine della Ia Guerra Mondiale, si inserisce certamente la creazione della Corte Internazionale di Giustizia. Inizialmente sorta come Corte Permanente di Giustizia Internazionale, in seno all’allora Società delle Nazioni, solo nel 1945 la CIG assume un suo aspetto istituzionalmente definito.
Con lo Statuto della Corte Internazionale di Giustizia del 26 giugno 1945 la CIG, conosciuta anche come la Corte Mondiale, diventa il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite.
Composta da 15 giudici eletti dall’Assemblea Generale e dal Consiglio di Sicurezza, con sede all’Aja, la Corte ha come sua funzione prevalente quella di deliberare sulle controversie fra Stati, su base essenzialmente arbitrale. Tuttavia, nonostante tale organo sia stato creato per avere una competenza giurisdizionale in materia contenziosa, essa fornisce anche, e soprattutto, pareri e consulenze su questioni giuridiche all’Assemblea Generale e al Consiglio di Sicurezza (funzione c.d. consultiva).
I pareri emessi dalla Corte, che non hanno valore vincolante e di fatto più volte sono stati disattesi, hanno rappresentato in molte occasioni lo spunto necessario per la creazione o per la ristrutturazione delle norme internazionali generali, oltre che un valido apporto nell’interpretazione della Carta dell'ONU.
In alcuni casi, però, possono diventare addirittura vincolanti se, con una convenzione, i soggetti che ne abbiano fatto richiesta si impegnano a rispettarli. In questo caso la Corte, anche nell’ambito della sua funzione consultiva, continua ad esercitare i suoi poteri attraverso uno schema arbitrale che, in sostanza, prevede un accordo tra le parti (c.d. clausola compromissoria) prima di giungere alla vera e propria fase processuale.
In realtà è proprio questa struttura arbitrale, e soprattutto la non obbligatorietà del rispetto dei pareri emessi dalla Corte, a svilire la funzione e i poteri della stessa, i cui convincimenti troppo spesso sono suggeriti dall’influenza politica degli Stati più forti o delle Superpotenze che, in non poche occasioni, hanno addirittura ripudiato l'impiego del metodo arbitrale.
Questo é il motivo per cui, a partire soprattutto dagli anni '80, si è potuto verificare un lento, ma progressivo declino della funzione giurisdizionale internazionale, non solo della Corte, ma anche degli altri organi di giustizia internazionale, a tutto vantaggio del mezzo diplomatico della mediazione che si é rivelato in svariate occasioni piú efficace.
E' chiaro, però, che l'attività diplomatica si basa sul rispetto di delicatissimi equilibri politici, nei quali un ruolo determinante è giocato dalle Superpotenze mondiali che possono così esercitare una indubbia pressione al fine di privilegiare i propri interessi politico-economici, anche a danno dell'intera Comunità Internazionale.
Ciò determina uno scompenso del rapporto di forze tra Stati che può essere evitato solo ricorrendo ad un Organo sovranazionale ed imparziale quale la Corte Internazionale di Giustizia.



2.2 LA RICHIESTA DI PARERE FORMULATA DALL'ORGANIZZAZIONE MONDIALE DELLA SANITÀ


La Corte Internazionale di Giustizia ha emanato il suo primo parere, sollecitata dall'Assemblea dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).
Alla Corte era stato chiesto di stabilire se «....tenuto conto degli effetti delle armi nucleari sulla salute e sull’ambiente, l’uso da parte di uno Stato nel corso di una guerra o di un altro conflitto armato costituisca una violazione degli obblighi di tale Stato rispetto al diritto internazionale, inclusa la Costituzione dell’OMS ».
La Corte Internazionale di Giustizia, con una decisione solo apparentemente discutibile, e a seguito di considerazioni che tenevano conto degli stessi presupposti su cui si basava la richiesta dell’Assemblea dell'OMS (compiti istituzionali dell'OMS, disposizioni della Carta delle NU e della Costituzione dell’OMS, infine accordo di collegamento tra le due organizzazioni), ha ritenuto di non poter dare risposta al quesito propostole, dichiarandosi incompetente al riguardo.
La decisione della Corte, che tra l'altro non trova precedenti storici nella prassi dell’Organo stesso, è stata opportunamente motivata sulla base della lettura combinata del testo dell’art. 65, par. 1 dello Statuto della CIG e dell'art. 96, par. 2 della Carta delle Nazioni Unite.
La Corte ha così individuato i tre requisiti ritenuti indispensabili per potersi considerare competente circa un parere richiestole da un Istituto specializzato: innanzitutto che esso sia autorizzato a chiedere pareri alla Corte (ai sensi dell'art. 96 par. 2 Carta dell'ONU); in secondo luogo che il parere riguardi una questione giuridica (ai sensi dell'art. 65 par. 1 Statuto della Corte); infine che l'oggetto del quesito si inserisca nell’ambito dell’attività dell’Istituto richiedente, così come emerge dal proprio statuto (ai sensi, nuovamente, dell'art. 96 par. 2 della Carta dell'ONU).

2.3 LE MOTIVAZIONI DELLA CORTE


Nel caso in questione, la Corte ha riconosciuto la sussistenza del primo requisito, ricordando come l'autorizzazione possa essere di volta in volta concessa all’Istituto specializzato con un atto ad hoc, in ordine alla specifica questione che lo stesso Istituto intende sottoporle; oppure tale autorizzazione possa avere carattere generale qualora trovi fondamento in una specifica clausola dell’accordo di collegamento che sia stato stipulato tra 1’Istituto specializzato di volta in volta interessato e 1’ONU.
Questa seconda ipotesi è il caso dell'OMS, autorizzata, dall’accordo di collegamento con l'ONU, a chiedere pareri alla CIG su questioni giuridiche che si pongano nell'ambito della sua competenza, eccetto quelle concernenti le relazioni tra l'Organizzazione e 1’ONU o altri Istituti specializzati. Nessun dubbio dunque sulla sussistenza del primo requisito.
In merito all'esistenza della seconda condizione, la CIG ha riconosciuto che il parere richiestole aveva ad oggetto una questione giuridica, essendo un invito ad accertare la liceità del comportamento degli Stati alla luce degli obblighi loro imposti dal diritto internazionale.
Con ciò in realtà non si nega la parallela esistenza di contenuti politici nella richiesta formulata dall’Assemblea dell'OMS, anche se questi sono posti in secondo piano rispetto alla giuridicità del quesito. La Corte infatti ha ritenuto che la natura politica dei motivi che possono aver ispirato la richiesta di parere, e le possibili implicazioni politiche del medesimo, siano irrilevanti ai fini della determinazione della propria competenza a rendere il parere.
A sostegno di tale sua argomentazione, la Corte ha ribadito la distinzione esistente tra il proprio ruolo, consistente nel fornire una mera risposta giuridica ad un quesito giuridico, e quello dell’Istituzione richiedente, legato a logiche di comportamento che si basano sia sulle valutazioni giuridiche della CIG, che su proprie considerazioni politiche.
Non rientra tra i compiti della CIG di sindacare sulle ragioni che hanno portato alla richiesta del parere da parte dell’Istituzione, pur riconoscendo, nel caso specifico, l'esistenza di possibili motivi politici alla base della Risoluzione dell’OMS.
La funzione della Corte, al contrario, riveste un significato tanto più rilevante, quanto maggiori sono le sfumature politiche della questione sottopostale, in modo da non privare le istituzioni internazionali del supporto necessario nei momenti più delicati della loro attività.
Di tutta altra portata ed interesse sono le considerazioni svolte dalla CIG sulla sussistenza del terzo requisito ed é da esse che é dipesa la decisione negativa della Corte alla richiesta di parere da parte dell’Assemblea dell'OMS.
Come già precedentemente accennato, l’ulteriore condizione necessaria affinché la Corte possa ritenersi competente a rendere un parere su di una determinata questione, è che questa rientri nel quadro delle attività consentite all’Istituto specializzato richiedente, in conformità a quanto stabilito dal proprio atto istitutivo.
Considerato perciò che la questione proposta dalla Assemblea dell'OMS alla CIG aveva per oggetto «...non gli effetti dell'utilizzazione di armi nucleari sulla salute, ma la liceità dell’utilizzazione di tali armi, tenuto conto dei loro effetti sulla salute e sull’ambiente»; che nessuna delle funzioni espressamente attribuite all’OMS (art. 2 Cost.), interpretate secondo il loro senso ordinario, nel loro contesto, alla luce dell’oggetto e dello scopo della Costituzione oltre che secondo la prassi dell'Organizzazione, attribuisce all’OMS il compito di accertare la liceità o 1’illiceità di attività potenzialmente pericolose per la salute; che, ex art. 1 della Costituzione dell'OMS, compito dell'Organizzazione è quello di « ...condurre tutti i popoli al livello sanitario più elevato possibile»; infine che i principi sanciti nel Preambolo della Costituzione dell’OMS non autorizzano valutazioni circa la liceità o l’illiceità del comportamento degli Stati; per tutti questi motivi, la Corte ha ritenuto infondata la richiesta di parere avanzata dall’Assemblea dell'OMS, mancando un rapporto di sufficiente connessione tra l'oggetto del quesito e le funzioni proprie dell'Organizzazione richiedente, così come desunte dall'interpretazione dell'atto istitutivo della stessa, conformemente alla disciplina fissata dalla Convenzione di Vienna in materia di interpretazione dei trattati.
A giudizio della Corte, infatti, una sua pronuncia a favore o contro la liceità dell'uso delle armi nucleari non avrebbe potuto in alcun modo incidere sulla determinazione delle misure specifiche, di natura sanitaria o altro, che si rendessero necessarie per prevenire o annullare gli effetti dannosi sulla salute umana e sull’ambiente del mondo.
In altre parole, un atteggiamento della Corte orientato in senso favorevole e contrario, non avrebbe comunque contribuito ad indirizzare diversamente l'attività dell'OMS, competente unicamente alla prevenzione e limitazione degli effetti provocati dall’uso di tali armi, senza assolutamente entrare nel merito della liceità del loro impiego, materia questa di esclusiva competenza dell’ONU.


2.4 I POTERI IMPLICITI ED IL PRINCIPIO DI SPECIALITÀ

Ad ulteriore sostegno delle sue conclusioni, la Corte amplia le sue considerazioni alla materia dell’applicabilità della teoria dei poteri impliciti delle Organizzazioni Internazionali, negando all'OMS anche la possibilità di farvi ricorso al fine di estendere le proprie competenze, e poter cosí opporsi alla sua terza motivazione.
I limiti a tale facoltà sono infatti rappresentati innanzitutto dal principio di specialità ed in secondo luogo dallo status di Istituto specializzato dell'ONU, che qualifica l'OMS.
In virtù del principio detto le Organizzazioni Internazionali sono investite di competenze specifiche da parte degli Stati che le istituiscono, competenze tassativamente indicate all’interno dei loro trattati istitutivi. Esse quindi, a differenza degli Stati, non godono di attribuzioni meramente generiche, ma sono rette dal criterio secondo cui tutto ciò che non sia espressamente previsto dal proprio atto istitutivo, rientra nella competenza degli Stati.
La Corte non nega la possibilità del ricorso, da parte delle Organizzazioni, alla teoria dei poteri impliciti, al fine di adeguare le proprie competenze alle mutevoli esigenze della complessa vita internazionale, ma chiarisce che il ricorso a tali attribuzioni sussidiarie debba non solo inquadrarsi come intervento eccezionale, ma soprattutto debba essere finalizzato al raggiungimento degli obbiettivi espressamente fissati dalla Costituzione dell’Organizzazione stessa.
Ottenere per l’OMS la facoltà di occuparsi della liceità dell'impiego delle armi nucleari avrebbe, pertanto, costituito un’aperta violazione del principio di specialità, in considerazione degli scopi attribuiti all’OMS dagli Stati membri, cosa che la CIG non avrebbe mai potuto legittimare.
L'incompetenza dell'OMS a trattare tali questioni va inoltre ricercata nel fatto che tale Organizzazione è inserita nel sistema delle Nazioni Unite, cosa che inevitabilmente riduce ancor di più l’applicabilità della teoria dei poteri impliciti, rendendola operativa unicamente nei confronti dell’Organizzazione di vertice, detentrice di competenze generali.
Il carattere di Istituto specializzato proprio dell’OMS, dunque, ne restringe ulteriormente l’operatività tanto dal basso (nei confronti degli Stati stessi), quanto dall’alto (rispetto quindi all'ONU), essendo le proprie competenze subordinate all’Istituzione di cui fanno parte.
Ciò implica, altresì, che questioni di esclusiva competenza delle Nazioni Unite, quali quelle inerenti, ad esempio, 1’uso della forza, gli armamenti ed il disarmo, non possono essere parallelamente trattate anche da un Istituto specializzato.
Il diniego della Corte di emettere un parere si basa quindi sulla constatazione della mancanza dei requisiti necessari a fornirle la competenza a deliberare.
Il fatto che l'Assemblea dell'OMS ritenesse, come risulta dalle allegazioni alla richiesta di parere, che l'Organizzazione fosse legittimata a porre il quesito, non ha inciso in alcun modo sul potere discrezionale della Corte di dare una lettura alquanto restrittiva della Costituzione dell’OMS per accertare la sussistenza dei requisiti suddetti.

CAPITOLO III

LA RICHIESTA DI PARERE DELL’ASSEMBLEA GENERALE DELL'ONU




3.1 LA RICHIESTA DI PARERE FORMULATA DALL’ASSEMBLEA GENERALE DELLE NAZIONI UNITE


Di portata diversa, e di gran lunga piú efficace rispetto alla richiesta di parere dell'OMS, é stato il secondo intervento sulla questione della legittimità dell’uso delle armi atomiche, effettuato stavolta dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che, con 78 voti favorevoli, 43 contrari e 38 astensioni, ha votato la Ris. 49/75K del 15 dicembre 1994.
In questo caso la Corte volle dare una risposta adeguata alla delicatezza con cui fu votata la richiesta di parere, e soprattutto all’estrema articolazione con cui essa fu presentata.
Il quesito era stato infatti formulato con l'intento di stabilire se :«[...]è lecito, nel diritto internazionale, il ricorso alla minaccia o all’impiego delle armi nucleari in qualsiasi circostanza».


3.2 IL RICONOSCIMENTO DI LEGITTIMITÀ DELLA RICHIESTA DI PARERE


La Corte Internazionale di Giustizia dedica brevi considerazioni alla questione della propria competenza nella attuale fattispecie, essendo evidente la legittimità dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a porre quesiti a tale Tribunale, ai sensi dell’art. 65 par. 1 dello Statuto della CIG e dell’art. 96 par. 1 della Carta delle Nazioni Unite.
Dunque, una volta riconosciuto che la questione sollevata dall'Assemblea é pertinente all'attività e alle funzioni dell’Organo richiedente, sposta la propria attenzione sul carattere strettamente giuridico della questione.
Riprendendo la posizione assunta precedentemente sulla questione sollevata dall’Organizzazione Mondiale per la Sanità, la Corte, anche in questo caso, conferma che l’accertare se la minaccia o l’uso delle armi nucleari sia una questione compatibile con i principi e le regole del diritto internazionale, è sicuramente una questione giuridica.
I presupposti politici eventualmente presenti nel quesito sottoposto alla sua valutazione non sono perciò sufficienti a privare la questione della sua giuridicità e dunque, le eventuali implicazioni politiche che possono aver ispirato la richiesta di parere, secondo la Corte, restano irrilevanti, come lo sarebbero stati nel caso della richiesta dell’OMS, ai fini della determinazione della competenza della stessa Corte a pronunciarsi.
La Corte infatti, ai sensi dell'art. 92 della Carta, non puó far uso del potere discrezionale di non emettere un proprio parere ad un quesito sottopostole, una volta che sia stata accertata la sua competenza in merito, purché non esistano decisive ragioni che possano giustificare il suo mancato responso, come nel caso del non rispetto di rilevanti presupposti giuridici.
Qualsiasi atteggiamento diverso sarebbe visto come un comportamento di ingiustificato rifiuto di concorrere in maniera concreta al corretto funzionamento delle Organizzazioni Internazionali.
Non costituiscono sicuramente ragioni decisive per un rifiuto a rendere il parere le eccezioni, pure sollevate, che la questione sottoposta alla Corte abbia carattere astratto, che non riguardi una controversia precisa e il fatto che l’Organo richiedente non specifichi le ragioni che stanno alla base della propria richiesta.
Il suo compito, come sostiene la stessa Corte, è unicamente quello di fornire una risposta a quesiti giuridici e non di entrare nel merito delle questioni sottopostole.
Ciò significa che alla Corte non compete stabilire se l’organo richiedente avesse o meno bisogno del parere per esercitare proprie funzioni, mentre spetterà all’Istituzione richiedente, sulla base delle considerazioni svolte dalla CIG, stabilire se e come uniformare la propria attività alle risposte ottenute.
La Corte, inoltre, tra le ragioni che possono portare ad un legittimo rifiuto di rendere un parere, esclude la possibilità che questo possa influire negativamente sui processi di definizione di nuove regole di condotta ancora in corso di svolgimento quali ad esempio, nel caso in esame, i negoziati in materia di disarmo e non proliferazione.
Quanto osservato, se da un lato evidenzia la volontà incondizionata della Corte di collaborare al corretto funzionamento delle Istituzioni internazionali, dall'altro rende chiara la sua convinzione che un qualsiasi contributo a chiarimento o precisazione, sull’utilizzazione del parere, è da ritenersi una interferenza nell'attività delle Organizzazioni Internazionali, essendo la funzione della Corte unicamente quella di enunciare il diritto esistente. Il suo compito infatti non è certamente quello di legiferare, ma, nell’enunciare ed applicare il diritto, deve necessariamente precisarne la portata e, talvolta, constatarne l’evoluzione.
La Corte ha perciò tentato di dare al quesito una risposta che, da un lato fosse pienamente conforme al diritto internazionale vigente, dall’altro tenesse conto dell’opinione pubblica internazionale, piuttosto che delle prese di posizione ufficiali dei Paesi nuclearizzati e dei loro alleati.
Questa tesi é convalidata dalla disparità di vedute manifestata all’interno della stessa Corte durante la fase di decisione, dal tempo occorso ad emanare il parere, e dalla scelta delle argomentazioni invocate, non tutte chiare e non sempre esaurienti, pur riuscendo infine ad ottenere una maggioranza in senso antinucleare.
Il parere emanato ha quindi rappresentato una sorta di soluzione di compromesso, mirante al raggiungimento del più ampio consenso possibile sui punti in esame e ad una elevata compattezza logica delle argomentazioni esposte.

CAPITOLO IV

IL PARERE DELLA CORTE




4.1 VALUTAZIONI ALLA LUCE DEL DIRITTO CONVENZIONALE


Il procedimento della CIG nell’emettere il parere è stato estremamente complesso.
Infatti, prima di passare all’analisi concreta circa la legittimità, e quindi liceità dell’uso o della sola minaccia dell’uso delle armi nucleari, la stessa Corte ha voluto offrire proprie argomentazioni a questioni sollevate da taluni Stati. Il risultato è stato che in alcuni casi la Corte ha respinto alcune argomentazioni, ne ha accettato altre con riserva o comunque parzialmente, infine ne ha fatto proprie talaltre.



4.2 LE ARGOMENTAZIONI DELLA CORTE


La CIG ha respinto motivatamente la tesi secondo cui la minaccia o il ricorso alle armi nucleari fosse contrario al diritto alla vita, così come legittimamente sancito dall'art. 6, par. 1 del Patto Internazionale delle Nazioni Unite sui diritti civili e politici.
A parere della Corte infatti, nel corso delle ostilità belliche, tali diritti sono comunque tutelati dal diritto umanitario di guerra, che disciplina in maniera opportuna (anche se non adeguata) gli atti che costituiscano o meno una privazione arbitraria del diritto alla vita.
Non si può non tener conto del fatto che nel corso di un conflitto armato il diritto alla vita subisce un certo affievolimento, permettendo, quindi, alle norme di diritto umanitario di guerra di subentrare come lex specialis.
Se però apparentemente l’atteggiamento della Corte pare frettolosamente indicare che la minaccia o 1’uso delle armi nucleari non costituiscano una violazione del diritto alla vita, tale presa di posizione viene poi sensibilmente attenuata nel corso del parere, come se la stessa Corte si sia resa conto di aver creato una troppo rigida e netta separazione tra diritto applicabile in tempo di pace e quello invece applicabile in tempo di guerra.
Lo stesso atteggiamento pare confermato dalla Corte riguardo alle disposizioni contenute nella Convenzione del 9 dicembre 1948 per la prevenzione e repressione del crimine di genocidio.
Concordando sul fatto che l'impiego di ordigni atomici nel corso di un conflitto è senza dubbio causa concreta di distruzione di massa, per la vastità ed intensità del suo effetto, la Corte trova, tuttavia, un limite di applicabilità della Convenzione nell’elemento di intenzionalità del comportamento del soggetto agente. Ciò significa che per commettere il delitto in oggetto (genocidio per l'appunto) è richiesto un dolo specifico, un elemento concreto di intenzionalità da parte del soggetto agente che dimostri l'esistenza del nesso tra 1’uso dell’ordigno nucleare e la volontà, attraverso tale uso, di distruggere l’intero habitat di particolari gruppi nazionali, etnici, razziali o religiosi. Il semplice uso delle armi nucleari, anche se di per se le stesse sono totalmente idonee al fine indicato, non giustifica ne dimostra l'esistenza della concreta intenzionalità di commettere tale delitto: in sostanza non vi è dolo specifico.
Sicuramente più prudenti sono state le argomentazioni della Corte in materia di protezione dell'ambiente.
Essa riconosce, infatti, che tutte le, ormai numerose, Convenzioni in materia di salvaguardia ambientale, pur non vietando espressamente l’utilizzo delle armi atomiche, richiamano l'attenzione sul fattore ecologico, che merita una speciale considerazione, soprattutto in tema di diritto applicabile ai conflitti armati.
E’ vero che tali convenzioni non si occupano esplicitamente di impedire l'impiego delle armi nucleari, ma è vero altresì che gli effetti disastrosi di tali armi, che si ripercuotono necessariamente ed irrimediabilmente sull'ambiente, sono oggetto della disciplina regolata dall'applicazione di tali Convenzioni. Esse possono, così, svolgere notevoli effetti di limitazione o addirittura di inibizione dell'impiego delle armi atomiche, assoggettandolo comunque al rispetto dei criteri della necessità e della proporzionalità, ormai generalmente accolti dalla dottrina e dalla pratica internazionale.
A convalida di questa tesi, la Corte afferma che gli Stati sono tenuti, nell’esercizio di tutte le loro attività, al rispetto dell’ambiente, sia che si tratti del territorio di altri Stati, sia che si tratti di territori posti al di là della loro giurisdizione. L'unica eccezione che si potrebbe sollevare in caso di conflitto armato riguarda l'applicazione della legittima difesa, ma anche qui il principio di salvaguardia dell'ambiente è senza dubbio termine di confronto necessario per valutare la legittimità di un'azione bellica alla luce dei principi di necessità e proporzionalità.
Il principio del rispetto dell’ambiente, anche nel corso di un conflitto armato, assurge, così, a giudizio della CIG, a norma di diritto internazionale consuetudinario, implicando ciò per conseguenza la messa al bando sia di qualunque arma in grado di provocare danni estesi e durevoli dell’ecosistema, sia di attacchi all'ambiente naturale come forma e strumento di rappresaglia.


4.3 IL PARERE DELLA CORTE: art. 2 par. 4, artt. 42 e 51 della Carta delle Nazioni Unite


L'attenzione della Corte a questo punto si sposta su quelle che essa considera le norme di diritto internazionale applicabili certamente alle ipotesi di uso o minaccia d'uso delle armi nucleari.
Qui la Corte parte dall’analisi delle norme della Carta delle Nazioni Unite, che universalmente sono riconosciute come parte integrante del diritto internazionale consuetudinario, prendendo in considerazione in particolar modo quelle relative alla minaccia e all’uso della forza, con specifico riferimento all’art. 2 par. 4, artt. 42 e 51.
L’analisi di questi articoli consente alla Corte di trarre delle considerazioni che gioveranno anche alla migliore comprensione delle disposizioni della Carta, relativamente alla disciplina dell’uso della forza.
La Corte infatti fa osservare innanzitutto che la Carta in realtà non vieta né approva il ricorso ad una determinata arma in particolare, ordigno nucleare o altro, e che tantomeno rende lecito il ricorso ad un’arma, anche se effettuato secondo le disposizioni in esso contenute, quando 1’uso di questa sia considerato illecito in base al diritto consuetudinario o pattizio vigente.
Naturalmente la Corte giudica non conforme allo Statuto delle Nazioni Unite l'uso della forza attuato in dispregio delle disposizioni sopra richiamate, ma in quest'ottica si interroga principalmente sulla legittimità o meno dell’uso delle armi nucleari in condizioni di legittima difesa, quindi in risposta ad un’aggressione esterna che possa compromettere la stabilità territoriale e politica di un Paese.
La domanda che essa si pone é, quindi, se il ricorso alle armi nucleari in tale contesto sia conforme alle norme della Carta e del diritto consuetudinario
Partendo dall’interpretazione delle disposizioni contenute nell’art. 51 della Carta ed alla luce dei principi sanciti dal diritto consuetudinario, la Corte afferma che il diritto alla legittima difesa, sebbene sia un diritto, è comunque subordinato ai principi generali di necessità e proporzionalità, e che quindi un’arma che di per se è illecita non diviene lecita per il solo fatto di essere usata in condizioni di legittima difesa.
Difatti, sulla base del principio di proporzionalità, piuttosto che di necessità, se è vero, come chiarisce la Corte, che tale principio non stabilisce l'illegittimità del ricorso alle armi nucleari in qualsiasi circostanza, è anche vero che sulla base di esso si applicano le norme del diritto che disciplina i conflitti armati, ed in particolare il diritto umanitario, costituendo automaticamente un limite per quei Paesi che dovessero ritenere di far ricorso alla risposta nucleare rispettando esigenze di legittima difesa.
A meno che, infatti, non si faccia uso di armi a basso potenziale atomico ( c.d. "armi tattiche"), l’ordigno nucleare, per gli effetti devastanti che provoca e per il suo potenziale distruttivo, non potrà mai essere conforme ai principi di proporzionalità, anche quando chi agisca si trovi in condizioni di legittima difesa.
Posizioni contrastanti sono quelle che la Corte assume, invece, relativamente al problema dell’uso o della minaccia d'uso delle armi nucleari come strumento di rappresaglia o dissuasione. Infatti, in ordine al problema della c.d. "rappresaglia nucleare" il problema viene appena sfiorato, forse allo scopo di non intaccare i delicati equilibri internazionali tra Nazioni che costantemente, nel passato come nel presente, hanno fatto uso della forza o delle minacce per salvaguardare l’integrità politica e territoriale dei propri confini.
La Corte si limita, così, ad affermare che tale tipo di rappresaglia è sicuramente illecita quando viene attuata in periodo di pace, ma può essere ricondotta nei canoni della liceità quando essa, in conformità del principio di proporzionalità e analogamente a quanto argomentato in ordine alla legittima difesa, viene utilizzata nel corso di un conflitto armato.
Molto più complesso invece si è rivelato il problema relativo alla c.d. "dissuasione nucleare".
La Corte affronta il problema dichiarando incidenter tantum, ma in termini affatto generali, come, a suo avviso, la minaccia dell’impiego di armi nucleari non sia giuridicamente distinguibile dall’impiego di tali armi, evidentemente alla luce e delle disposizioni contenute nell’art. 2 par. 4, che equipara minaccia ed uso della forza, e del dettato dell'art. 39 della Carta ONU, che pone su di un medesimo piano tre concetti apparentemente diversi: "minaccia della pace", "rottura della pace" ed "aggressione".
La conclusione a cui si giunge è, infatti, che le nozioni di minaccia e di uso della forza, alla luce dell'art. 2 par. 4 della Carta sono collegate tra loro, nel senso che se il ricorso alla forza (nella fattispecie all’uso delle armi nucleari) è considerato illecito, lo sarà anche la semplice minaccia di ricorrervi. Così uno Stato, nell’ambito della sua politica di dissuasione, non potrà dichiararsi pronto a ricorrere, a titolo di legittima difesa, all’uso di armi nucleari, se l’utilizzo di queste avvenga fuori dai principi di necessità e proporzionalità. Al contrario, se uno Stato dichiara di essere pronto ad intervenire in legittima difesa in caso di attacco armato, allo scopo di rappresentare un adeguato mezzo di deterrenza contro un potenziale avversario che altrimenti potrebbe per primo sferrare l’attacco, tale dichiarazione non costituirebbe, secondo la Corte, una minaccia di ricorso alla forza armata vietata dalla Carta, confermando cosí la tesi della propria posizione permissiva in favore della c.d. "dissuasione nucleare".
Infine, ad ulteriore precisazione delle tesi sostenute, la Corte conclude affermando che sarebbe chiaramente illecito esprimere l'intenzione di ricorrere all’uso della forza, nel caso in cui questa eccedesse i limiti della necessità e proporzionalità.
La violazione di tali limiti significherebbe trovarci di fronte ad una minaccia illecita di uso della forza, a causa del sottile parallelismo esistente tra liceità dell’intenzione di ricorrere alla forza e liceità di impiego della forza.
In sostanza, il sistema della dissuasione nucleare, utilizzato come mezzo di risposta in legittima difesa, che però andasse oltre i principi di necessità e proporzionalità, sarebbe da considerarsi assolutamente illecito.


4.4 IL PARERE DELLA CORTE: I TRATTATI INTERNAZIONALI


Una volta esaurito in maniera soddisfacente il problema della liceità dell'uso e della minaccia d'uso delle armi nucleari alla luce delle disposizioni della Carta dell'ONU, la CIG sposta la questione sul piano del diritto internazionale convenzionale e consuetudinario, alla ricerca di norme ad hoc, che disciplinino in maniera specifica l'ipotesi di uso e minaccia d'uso delle armi atomiche.
La ricerca della Corte va in senso negativo: non si tratta cioè di cercare norme che autorizzino l’uso o la minaccia delle armi nucleari, quanto invece di trovarne altre che, espressamente o meno, ne vietino il ricorso, in concordanza perfetta con la teoria che considera il principio di libertà come norma di chiusura dell'ordinamento internazionale.
In tale ottica infatti la Corte deve evidenziare che, alla luce della detta teoria, se determinati comportamenti non sono espressamente vietati, allora devono essere ritenuti leciti.
Partendo dall’analisi delle norme appartenenti al diritto internazionale dei conflitti armati, la Corte afferma l'inesistenza di norme specifiche, nel diritto internazionale convenzionale o consuetudinario, che autorizzino la minaccia o l'uso di armi nucleari, sia in generale che in determinate circostanze, ed in particolare nel caso di esercizio giustificato della legittima difesa. Allo stesso modo afferma, poi, l'inesistenza di principi o norme che vietino specificamente la minaccia o l'uso delle suddette armi in quanto tali.
A conferma dell’inesistenza di norme, nel diritto internazionale convenzionale, che pongano divieti al ricorso alla minaccia o all’uso di armi nucleari, la Corte esamina tre categorie di accordi: trattati che interdicono l'impiego di armi avvelenate, gas asfissianti, tossici o similari; trattati che vietano l'impiego di armi di distruzione di massa; trattati relativi al disarmo e alla non proliferazione nucleare.
In relazione alla prima categoria di accordi internazionali, e con espresso riferimento alle disposizioni contenute nelle Convenzioni di codificazione del diritto di guerra, elaborate nel corso delle Conferenze dell’Aja del 1899 e del 1907, e nel Protocollo di Ginevra del 17 giugno de11925, la CIG conclude che tali norme non sono applicabili alla fattispecie esaminata. A tal proposito la Corte, nonostante le notevoli divergenze interpretative in materia, afferma che i termini armi avvelenate e gas asfissianti, cui la convenzione fa espresso riferimento, devono essere intesi nel loro significato originario ed ordinario, cioè come armi in grado di provocare avvelenamenti o asfissie, con ciò dimostrando di non voler dare a tali concetti una interpretazione estensiva, tanto da ricomprendervi anche le armi nucleari.
Conclude perciò la Corte affermando che il primo gruppo di trattati esaminati non può applicarsi, neanche se soltanto in via indiretta, alle armi nucleari.
Con riferimento alla seconda categoria di convenzioni (armi di distruzione di massa), la CIG ha evidenziato come esista un vigoroso movimento convenzionale, nel panorama internazionale, tendente alla messa al bando di tali armi.
A tal proposito la Corte ha richiamato la Convenzione del 10 aprile del 1972 sull'interdizione della messa a punto, fabbricazione e stoccaggio di armi batteriologiche (biologiche) e delle tossine, e sull’obbligo della loro distruzione, nonché la Convenzione del 13.01.1993 sulla messa a punto, fabbricazione, stoccaggio ed impiego delle armi chimiche e sulla loro distruzione.
Anche in questo caso, però, la Corte non manca di chiarire come ciascuno di questi strumenti convenzionali sia stato adottato nell’ambito del particolare contesto storico, politico e sociale, seguendo scopi specifici che rendono impossibile, a suo giudizio, operare una implicita estensione del valore proibitivo di tali trattati anche nei confronti delle armi nucleari, che espressamente non sono state richiamate da nessuno di questi come armi con capacità effettiva di distruzione di massa.
Infine, la Corte passa in rassegna 1’ultimo gruppo di norme convenzionali, ed in particolare quelle che limitano o vietano l'acquisto, fabbricazione e possesso di armi nucleari, quelle in materia di dispiegamento e collocazione delle armi nucleari ed infine quelle relative alla interdizione degli esperimenti nucleari.
Il Tribunale Internazionale, in questo ambito, evidenzia che nel corso della Conferenza del 1995 per la proroga a tempo indeterminato del TNP, gli Stati nuclearizzati hanno unilateralmente emanato nuove dichiarazioni, o confermato precedenti, con cui hanno fornito alle altre parti contraenti assicurazioni positive o negative sul non uso delle armi nucleari.
A seguito dell’esame dei trattati richiamati, peró, la Corte ritiene che essi non provano assolutamente la nascita di una norma sistematica di completa interdizione degli esperimenti nucleari, e di conseguenza una limitazione sostanziale (se non un vero e proprio divieto) della minaccia o dell’uso di armi nucleari, cosa confermata, tra l’altro, dal comportamento dei Paesi nuclearizzati in diverse occasioni.
Al contrario, proprio le garanzie di sicurezza positive e negative offerte dai NWS ai NNWS dimostrano che, in determinate circostanze, le Potenze nucleari sentano forte un proprio diritto all’uso dello strumento di minaccia nucleare.
In altri termini, le Nazioni che si trovano in possesso di ordigni atomici si sentono svincolate dal divieto di ricorrere al loro utilizzo, anche nelle zone coperte dai Trattati, in presenza di determinate circostanze, quali possono essere quelle tutelate dal diritto alla legittima difesa, lasciando cosí trasparire una chiara disponibilità al ricorso a strumenti bellici nucleari, sia come mezzo di difesa della propria integrità nazionale, che come motivo di dissuasione nei confronti di minacce esterne.

4.5 VALUTAZIONI ALLA LUCE DEL DIRITTO CONSUETUDINARIO: opinio juris e Risoluzioni dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite


Una volta che ha constatato l’assenza, nel diritto internazionale convenzionale, di norme che siano in grado di porre veri e propri divieti all'attività di minaccia di uso o di uso concreto delle armi atomiche per fini bellici, la Corte passa all’analisi del diritto internazionale consuetudinario.
L'indagine della Corte, come giá evidenziato, verte in realtà sulla ricerca di una disposizione ad hoc che stabilisca la contrarietà del diritto consuetudinario al ricorso, da parte degli Stati, all’uso o alla minaccia d’uso delle armi nucleari.
Ciò spiega perché la CIG, partendo dalla stessa nozione di consuetudo e ricordando i due distinti elementi di cui essa si compone, diuturnitas (prassi degli Stati) ed opinio juris, concentra la propria attenzione sul secondo dei due elementi, finendo per concludere che non esistono norme consuetudinarie, nell’ambito del diritto internazionale, che vietino espressamente l’uso delle armi nucleari.
Tale posizione sembra essere confortata dalla stessa osservazione della prassi negativa degli Stati, nonché dallo studio delle risoluzioni adottate dall’Assemblea Generale a partire dal 1961.
La prassi negativa consisterebbe infatti nella non utilizzazione, per fini bellici, da parte degli Stati nucleari delle armi atomiche a partire dal 1945.
Secondo la Corte questo non dimostrerebbe affatto l’esistenza di una opinio juris tendenzialmente contraria alla liceità delle armi nucleari, e quindi non può essere invocato dai sostenitori della denuclearizzazione, ma costituirebbe semplicemente un dato di fatto incontrovertibile: «a partire dalla fine della II Guerra Mondiale, cioè, non si sono più manifestati i presupposti affinché taluno dei Paesi in possesso delle tecnologie nucleari ne facesse uso per fini bellici».
Perciò la Corte riconosce semplicemente che i Paesi nucleari e i loro alleati si sono, nel corso dei decenni, riservati il diritto di ricorrere all’utilizzo degli ordigni atomici, come mezzo di legittima difesa, allo scopo di salvaguardare la loro integrità territoriale e nazionale da aggressioni esterne che potessero mettere in pericolo i propri interessi vitali.
Dalle dichiarazioni degli stessi Stati non è perciò possibile trarre conclusioni circa la formazione di una opinio volta alla proibizione, su scala generale, dell’uso delle armi nucleari.
La Corte, poi, valuta il significato delle risoluzioni adottate dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, miranti a sancire 1’illiceità dello strumento nucleare impiegato per fini bellici.
A suo parere, sebbene queste risoluzioni non abbiano una reale forza obbligatoria, in svariate circostanze sono comunque in grado di fornire elementi di rilievo nello stabilire l’esistenza di norme o l’emergere di opinio iuris.
Le risoluzioni dell’Assemblea Generale dell'ONU che dichiarano illecito l'impiego di armi nucleari, alla luce sia del loro contenuto, sia delle circostanze della loro adozione, sia infine delle risoluzioni successive, non possono essere ritenute chiaro indicatore della formazione di una opinio juris volta ad affermare la definitiva illiceità di tale impiego.
Al riguardo infatti molti giudici in seno alla Corte non hanno mancato di rilevare che la gran parte di queste risoluzioni sono state adottate a maggioranze estremamente ridotte, spesso grazie al voto contrario o all’astensione di tutti i Paesi nuclearizzati, maggiormente interessati e senza dubbio non favorevoli a limitazioni di sorta del loro potenziale bellico.
In effetti più che di vera e propria opinio juris si potrebbe dire che queste risoluzioni hanno contribuito alla formazione di una opinio juris in statu nascendi, cioè di una opinio che tarda a tradursi in vero e proprio diritto consuetudinario, a causa dell’adesione ancora troppo forte da parte dei NWS alla pratica della dissuasione nucleare. Oppure, ancora più corretta, a sentire le accese critiche di parte avversa, sembrerebbe l’espressione di opinio appartenente alla maggioranza degli Stati, evitando cosí di classificarla come opinio juris appartenente a tutta la Comunità Internazionale, seppur in maniera ancora poco intensa.



4.6 VALUTAZIONI ALLA LUCE DEL DIRITTO CONSUETUDINARIO: i principi dello jus in bello


Le disposizioni che, nell’ambito del diritto internazionale consuetudinario, assurgono a principi e norme applicabili a conflitti armati (c.d. jus in bello), sono, secondo l'esame della Corte, ricondotti a tre nuclei fondamentali di norme: il diritto dell'Aja, riguardante essenzialmente norme che regolano i rapporti tra gli Stati, il diritto di Ginevra, che reca norme in difesa degli individui, ed infine i Protocolli addizionali de1977.
Lo scopo della Corte è quello di stabilire se l’impiego delle armi nucleari sia compatibile con le regole del diritto internazionale umanitario (che ha per lo più natura consuetudinaria), oppure con le regole che disciplinano i mezzi e metodi di combattimento, oltre che la protezione dei membri delle Forze Armate resi inoperanti e della popolazione civile.
La Corte giunge alla conclusione che i Paesi belligeranti non godono di un illimitato diritto nella scelta dei mezzi e metodi da utilizzare per sconfiggere i loro nemici, e a tal proposito individua tre categorie di principi ai quali attenersi nel corso di un conflitto armato, principi che possono essere considerati inderogabili e rilevanti nella determinazione della liceità delle armi nucleari.
Il primo è quello che sancisce la distinzione tra combattenti e non combattenti, imponendo un generale divieto di far uso di armi indiscriminate, incapaci di distinguere obbiettivi militari da obbiettivi civili, principio chiaramente improntato alla salvaguardia della popolazione civile e dei beni privati.
Il secondo è quello per cui non si devono infliggere danni superflui neppure ai combattenti e in realtà tende a limitare l'impiego di armi che possano arrecare inutili mali agli stessi soldati o comunque aggravare le loro sofferenze.
Infine la c.d. "clausola Martens", secondo la quale le azioni dei belligeranti nei confronti dei nemici militari e civili, nel caso in cui non sia dettata una disciplina convenzionale ad hoc, rimangono in ogni caso soggette “ai principi del diritto delle genti, quali risultano da usi consolidati, principi di umanità ed esigenze della coscienza pubblica”.
La Corte non attribuisce un valore cogente a tali principi, tuttavia fa discendere dalle sue riflessioni un dato di fatto incontrovertibile: le regole del diritto internazionale umanitario di guerra vincolano tutti gli Stati, indipendentemente dalla loro concreta adesione o ratifica delle Convenzioni in cui sono inserite tali regole, e questo perché esse hanno natura prevalentemente consuetudinaria.
Tantomeno appare assolutamente plausibile la questione, pure sollevata da molti Stati nucleari, secondo cui le regole che discendono da tali principi non possono essere accettate, in quanto anteriori rispetto alla scoperta delle armi nucleari.
Il problema dell’applicabilità del diritto internazionale umanitario alla categoria delle armi atomiche si era già prospettato, in realtà, durante la Conferenza che portò all’adozione del I° Protocollo Addizionale alle quattro Convenzioni di Ginevra.
In sede di ratifica, infatti, le Potenze nucleari occidentali e taluni Stati non nucleari, membri della NATO, avevano emanato una serie di dichiarazioni volte ad escludere che le disposizioni contenute nel Protocollo potessero bandire l'impiego delle armi nucleari.
Ma ciò non ha mai potuto costituire ragione da sola sufficiente a precludere l’applicabilità del diritto internazionale umanitario di natura consuetudinaria alle armi nucleari, così come d'altra parte sostenuto dalle stesse Potenze nucleari nella procedura orale innanzi alla Corte.
La Corte non può che affermare, perciò, la validità dei principi e regole del diritto internazionale umanitario e la loro applicabilità anche all’uso o alla minaccia d’uso delle armi nucleari, sebbene tali regole e principi siano stati introdotti quando ancora l'impiego dell'energia nucleare per fini bellici era soltanto un progetto.
Analogamente si applicano alle armi nucleari anche le regole del c.d. diritto di neutralità, poste a protezione del territorio, e più in generale dei diritti sovrani degli Stati non direttamente coinvolti in un conflitto armato.
Secondo tale principio il territorio di un Paese che si dichiari neutrale deve restare indenne da danni causati dall'uso di armi da parte dei Paesi belligeranti, e quindi l'illiceità del comportamento di un Paese belligerante si sostanzierebbe nel fatto che l'attività bellica posta in essere da questo causasse danni in territorio neutrale.
La Corte ha assunto una posizione netta nei confronti degli Stati intervenuti con le loro opinioni in sede di elaborazione del Parere, e questo nonostante in realtà essa avesse sancito l'applicabilità del diritto internazionale umanitario anche alle armi nucleari.
Tra gli Stati che sono intervenuti, infatti, vi sono stati alcuni favorevoli alla liceità dell’uso di armi nucleari, a giudizio dei quali le armi atomiche possono essere impiegate in conformità del principio di discriminazione (ad es. contro un obbiettivo militare situato in zone scarsamente abitate), del principio di neutralità (non è possibile determinare a priori, e cioè prima dell’impiego effettivo, se gli effetti delle armi nucleari investano i territori di Stati estranei al conflitto o rimangano contenuti nell’ambito dell’obiettivo) ed infine al principio che vieta di provocare inutili sofferenze (la conformità dell’impiego di una qualsiasi arma a questo principio andrebbe volta per volta valutata in relazione all'importanza dell'obbiettivo militare e ai criteri di necessità e proporzionalità).
Altri Paesi invece hanno evidenziato come in realtà l'arma nucleare sia strumento bellico illecito, in quanto mezzo indiscriminato di distruzione di massa, i cui effetti devastanti si prolungano nel tempo (addirittura per decenni, senza contare le contaminazioni e gli effetti genetici collaterali) e non possono essere limitati, in quanto incontrollabili, ai soli obbiettivi militari o al solo territorio degli Stati belligeranti (tutto questo in aperta opposizione al principio di neutralità).
Anche qui la posizione della Corte ha rivelato una sorta di compromesso, adeguatamente elaborato allo scopo di non guastare i delicati equilibri politici tra le varie Nazioni.
Essa ha chiarito, così, che, pur non avendo ricevuto spiegazioni esaurienti da parte degli Stati favorevoli all’uso delle armi nucleari in merito alla possibilità, in caso di conflitto armato, di limitarne l’uso alle sole armi tattiche, allo scopo di non far degenerare il conflitto verso un impiego generalizzato di armi a più alto potenziale, non è comunque possibile pronunciarsi per l’illiceità delle armi nucleari in qualsiasi circostanza. E ció é valido pur riconoscendo che il ricorso all’atomica, proprio per le sue peculiari caratteristiche, è certamente contrario alle norme del diritto internazionale umanitario, ed in particolare al principio di non discriminazione e a quello per cui non si devono arrecare ai combattenti inutili sofferenze.
La CIG si é sentita per questa ragione costretta ad ammettere di non poter disporre di elementi sufficienti a « ..poter concludere con certezza che l’impiego delle armi nucleari sarebbe necessariamente contrario ai principi ed alle regole applicabili nei conflitti armati in ogni circostanza».
Conclude dunque affermando che l’uso delle armi nucleari è generalmente contrario alle regole del diritto internazionale, applicabili ai conflitti armati, ed in particolar modo ai principi e regole del diritto umanitario, per cui il ricorso alle armi nucleari è vietato nella maggior parte dei casi. Ciò chiaramente sembra implicare l’esistenza di circostanze nelle quali tale impiego non sia vietato, ma resta incerto quali siano queste circostanze.
Sicuramente la Corte non fa riferimento all'impiego delle armi nucleari tattiche o a basso potenziale in quanto essa, come precedentemente sostenuto, è contraria alla tesi secondo cui il ricorso a tale categoria di armi nucleari sarebbe da ritenersi lecito qualora impiegate in conformità al diritto internazionale umanitario.
Piuttosto essa fa riferimento ad una situazione estrema di legittima difesa, in cui può essere minacciata l’esistenza medesima di uno Stato, pur senza trarre delle conclusioni definitive a riguardo.
Essa sostiene che «...in considerazione dello stato attuale del diritto internazionale, cosi come degli elementi di fatto a sua disposizione, la Corte non può tuttavia concludere in modo definitivo se la minaccia o l’impiego delle armi nucleari sarebbe lecita o illecita in una situazione estrema di legittima difesa in cui la stessa sopravvivenza dello Stato sarebbe messa in causa».
Questa affermazione lascia emergere un’ipotesi estrema di liceità dell’arma nucleare, che potrà essere certamente tenuta in opportuna considerazione e, al momento debito, invocata dagli Stati che ritengono lecito l’uso di tale strumento bellico.
In realtà, la logica che sta dietro a tale conclusione della Corte risiede nel fatto che, se da un lato essa riconosce la validità e l’importanza del diritto alla legittima difesa, quale diritto naturale degli Stati (art. 51 della Carta ONU), dall’altro non può ignorare una prassi, ormai purtroppo consolidata, favorevole alla liceità delle armi nucleari, prassi che trova un’evidente conferma nel contesto della politica di dissuasione nucleare praticata dagli Stati nucleari con il sostegno dei loro alleati.
Il parere non contribuisce pertanto a chiarire in modo definitivo lo status (legittimo o meno) dell'arma nucleare e, nonostante la CIG concluda con un non liquet, la conclusione da essa prospettata all'interno del par. 105 del Parere fa sorgere notevoli perplessità, in ordine soprattutto alla effettiva validità del principio di uguaglianza tra gli stessi belligeranti, secondo cui non solo l'aggressore, ma anche l'aggredito, devono rispettare le norme del diritto internazionale umanitario,
Ammettere infatti che in situazioni estreme il ricorso all’arma nucleare possa essere ritenuto lecito, finirebbe per riconoscere alla condizione di legittima difesa il titolo (anche solo pretestuoso) per trasgredire, lo jus in bello; e tale preoccupazione non è sopita dal fatto che la Corte afferma di aver raggiunto le proprie convinzioni sulla base delle considerazioni esposte nel parere, che si fondano su tutti i motivi da essa presentati, letti alla luce gli uni degli altri.
Benché inoltre la Corte faccia espresso riferimento all’art. 51 della Carta nelle proprie motivazioni, vi è l’impressione che essa accolga implicitamente la teoria dell’autopreservazione o dell’autoconservazione, la cui conformità alla Carta dell’ONU si mostra assai dubbia, essendo difficilmente conciliabile con i principi sensibilmente rigorosi da cui l’art. 51 fa dipendere l’applicazione dell’azione, lecita, in legittima difesa.

4.7 CONSIDERAZIONI DELLA CORTE SUL TEMA DEL
DISARMO NUCLEARE


L’assenza di una risposta chiara e definitiva, circa il problema della liceità dell’uso o della minaccia d’uso delle armi nucleari, induce la Corte a sviluppare alcune importanti considerazioni sul tema del disarmo nucleare, anche se questo non rientra specificamente nel quesito sottopostole dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
Richiamando l'art.VI del Trattato di Non Proliferazione nucleare, con il quale gli Stati contraenti si sono impegnati «...a proseguire in buona fede i negoziati su misure efficaci relative alla cessazione della corsa agli armamenti nucleari ad una data ravvicinata ed al disarmo nucleare e su un trattato di disarmo generale e completo sotto un controllo internazionale stretto ed efficace », la Corte evidenzia come le disposizioni in esso contenute possano valere come strumento per eliminare le forti divergenze che ancor oggi esistono nella Comunità Internazionale in tema di armi nucleari.
Ad avviso della Corte, infatti, tale disposizione introdurrebbe un obbligo ben più incisivo di quello nascente da un pactum de negotiando o da un pactum de contraendo, in quanto il suo obiettivo sarebbe quello di raggiungere un disarmo nucleare generale.
In altre parole, l’obbligo sancito dall’art. VI del TNP non sarebbe semplicemente un obbligo di condotta, ma anche e soprattutto un obbligo di risultato, consistente cioè nella realizzazione di un disarmo generale e completo sotto un controllo internazionale rigoroso ed efficace.
La Corte non attribuisce a tale obbligo il rango di norma consuetudinaria; il fatto che essa si sia riferita all’art. VI del TNP, fa propendere per un ipotesi secondo cui esso sarebbe vincolante esclusivamente nei confronti degli Stati aderenti al TNP (182 alla data di adozione del Parere, quindi la quasi totalità degli Stati della Comunità Internazionale), con l’effetto che l'obbligo di negoziare in buona fede, allo scopo del conseguimento del disarmo nucleare completo, è da qualificarsi sicuramente come obbligo derivante dal diritto convenzionale.
L’interpretazione della Corte, che certamente attribuisce all’art. VI un significato ben più incisivo di quello deducibile dalla lettura del testo, trova fondamento nel principio della buona fede nell’esecuzione dei trattati.
Essa, tuttavia, sottovaluta il fatto che il raggiungimento del risultato auspicato dalla Corte é possibile solo se si stabilisce uno stretto legame tra l’interdizione di fabbricare e detenere, nonché l’obbligo di distruggere le armi nucleari di cui si é in possesso, da una parte e la proibizione dell’uso o della minaccia d'uso di armi nucleari, dall’altra.
Appare evidente che solo la completa esecuzione della disposizione contenuta nell’art.VI del TNP consentirà alla nascente opinio juris sulla generale illiceità dell’uso e della minaccia d’uso dell’arma nucleare di emergere ad effettiva norma convenzionale di portata generale, accettata anche e soprattutto dalle Potenze nucleari.
Soltanto a queste condizioni e con il verificarsi di tali futuri, e futuribili, accadimenti vi sarà in vigore una norma proibitiva di portata generale destinata a valere in ogni circostanza.



4.8 CONCLUSIONI: LE MOTIVAZIONI DELLA CORTE


Alla luce di quanto detto, si comprende, in tutta la sua valenza, le difficoltà incontrate dalla Corte al momento di dare una risposta definitiva al problema della liceità dell’uso e della minaccia d'uso delle armi nucleari.
La Corte, infatti, è stata investita di un quesito troppo ampio e generico, ossia la liceità dell’uso e della minaccia d’uso delle armi nucleari in ogni circostanza, senza tener conto del fatto che anche le sole circostanze specifiche di ciascun caso concreto hanno importanza decisiva per la risposta.
Essa ha pertanto ritenuto opportuno trovare un accettabile punto di equilibrio (o se vogliamo un ottimo compromesso) tra le varie e ben diverse posizioni sostenute dalla dottrina, e manifestatesi anche in seno alla stessa Corte, tracciando un quadro di riferimento, che nasce dall’esame di circostanze limite e di carattere emblematico, ma che tiene anche conto sia delle argomentazioni sollevate dagli Stati, sia delle caratteristiche attuali dell’ordinamento internazionale.
Nel parere sono indicati tutti i parametri di liceità o illiceità dell’uso e della minaccia d'uso dell'arma nucleare, ma la Corte non prende mai posizioni nette, in senso positivo o negativo, riconoscendo l’inesistenza di una risposta univoca e certa di fronte alla generalità delle circostanze prospettabili.
Tra gli aspetti di maggior rilievo relativi alle motivazioni sostenute dalla Corte é certamente da segnalare il fatto che essa abbia riconosciuto non solo l’applicabilità del diritto internazionale umanitario alle armi nucleari (in virtù della natura consuetudinaria delle disposizioni contenute nel I° Protocollo Addizionale), ma anche la natura consuetudinaria dell’obbligo del rispetto dell’ambiente naturale, con la conseguente proibizione di mezzi e di metodi di guerra suscettibili di causare danni estesi, durevoli e gravi, all’ambiente.
Meno chiare risultano invece le tesi sostenute dalla CIG in relazione alle conseguenze dell’applicazione del diritto internazionale umanitario alle armi nucleari. La Corte, non volendosi pronunciare espressamente contro il diritto internazionale alla minaccia e all’uso di armi nucleari, si è limitata ad affermare che esse sarebbero generalmente proibite, nonostante ció lasci in realtà trasparire una certa propensione per la non liceità. Considerando tale formula, infatti, alla luce di quanto sancito dalla proposizione 2D, si può desumere che la Corte, tenuto conto della portata molto ampia dei divieti posti dalle norme generali sul ricorso alla violenza (art. 2, par. 4 Carta ONU), dalle disposizioni proibitive o limitative specificamente riferite alle armi nucleari, dal diritto umanitario e dal diritto di neutralità, ha ritenuto estremamente improbabile che vi possano essere circostanze in cui la minaccia d'uso o l'uso dell'arma nucleare riescano a rispettare tutti i limiti succitati, e quindi a risultare leciti.
A conferma di ciò, è utile sottolineare come l’uso del condizionale “sarebbero” indichi l’esistenza di una probabilità, non di una certezza, circa la contrarietà delle armi nucleari al diritto internazionale dei conflitti armati, mentre l'avverbio "generalmente" qualifichi come estremamente elevato il grado di tale probabilità.
Tra le ipotesi in cui la Corte non si pronuncia, circa la liceità delle armi nucleari, vi è quella relativa alla seconda parte della proposizione 2E inerente al caso estremo di legittima difesa nella quale la stessa sopravvivenza di uno Stato sia messa in discussione.
Il richiamo a tale circostanza è probabilmente dovuto al fatto che la Corte riconosce non solo il carattere estremo che la contraddistingue, ma anche e soprattutto l’esistenza di quel diritto naturale e inderogabile degli Stati all’autodifesa garantito dall’ art. 51 della Carta ONU .
La Corte non ha, tuttavia, ritenuto di doversi pronunciare in maniera univoca per la liceità delle armi nucleari in tale situazione, volendo evidentemente sottolineare che solo l’osservanza, non solo dei divieti in tema di ricorso alla violenza, ma anche degli obblighi inerenti alle modalità di esercizio della stessa potrebbe rendere lecito l’uso delle armi nucleari per legittima difesa.
Sicuramente il fatto di aver prefigurato una tale circostanza, pur senza pronunciarsi in via definitiva per la liceita o meno, finisce per portare un argomento favorevole, sebbene involontario, alla tesi di quegli Stati che, in attesa della negoziazione di un Trattato di disarmo nucleare generale, ritengono legittimo dotarsi di armamento nucleare.
In conclusione vanno ricordate le tesi prospettate da alcuni Stati nel loro intervento dinanzi alla Corte, che si rivelano utili per l’interpretazione del parere finale emesso dalla CIG.
Tali Stati hanno sostenuto che, in considerazione degli eventi, l’impegno assunto dalla CIG di fornire una risposta al problema della liceità delle armi nucleari, fosse unicamente dovuto a "motivi di opportunità", essendo, in pratica, finalizzato ad influenzare le iniziative allora in corso in materia nucleare, tra cui il negoziato per un Trattato per la cessazione completa degli esperimenti nucleari e l’avvio di un negoziato per un Trattato che vietasse la produzione di materiale fissile.
Resta comunque estremamente dubbio se il parere fornito dalla CIG abbia contribuito ad accelerare i progressi in questo senso o se non abbia agito addirittura da freno per ulteriori sviluppi della disciplina convenzionale nel settore del disarmo nucleare.



CAPITOLO V

IL DISARMO DELL'IRAQ E L'USO DELLA FORZA NEL DIRITTO INTERNAZIONALE



5.1 IL DIVIETO DELL’USO DELLA FORZA E I POTERI DEL CONSIGLIO DI SICUREZZA


L'attuale crisi irachena va collocata nel quadro giuridico internazionale, quale risulta, in particolare, dalla Carta delle Nazioni Unite, approvata all'indomani della seconda guerra mondiale, il 26 giugno 1945, a San Francisco ed entrata in vigore il successivo 24 ottobre.
Di fondamentale importanza è la norma contenuta nell'art.2, par.4 della Carta, la quale pone il divieto per gli Stati membri di ricorrere, nelle loro relazioni internazionali, alla minaccia o all'uso della forza, sia contro l'integrità territoriale o l'indipendenza politica di qualsiasi Stato, sia in qualunque altra maniera incompatibile con i fini delle Nazioni Unite.
Si tratta di un divieto estremamente ampio, comprendente non solo l'uso, ma anche la semplice minaccia dell’uso della forza nelle relazioni internazionali.
Va sottolineato che, sebbene tale divieto sia previsto in un accordo, qual è la Carta dell'ONU, e come tale idoneo a creare obblighi per i soli Stati aderenti, esso ha finito per acquistare efficacia generale per l'intera Comunità Internazionale.
Da un lato, infatti, la stessa ONU ha pressoché raggiunto una piena universalità, completata con il recente ingresso della Svizzera il 10 settembre 2002; dall'altro, come è stato autorevolmente affermato dalla Corte Internazionale di Giustizia nella sentenza del 27 giugno 1986 (Nicaragua c. Stati Uniti d'America), il divieto dell'uso della forza è ormai sancito da una norma di diritto internazionale consuetudinario, obbligatoria verso tutti gli Stati ed i soggetti della Comunità Internazionale, anche a prescindere dalla loro appartenenza alle Nazioni Unite.
L'unica eccezione al divieto in parola, espressamente previsto dalla Carta (art. 51), è il diritto alla legittima difesa, in virtù del quale uno Stato che subisca un attacco armato può ricorrere anche alla forza per respingere tale attacco, finché non intervenga il Consiglio di Sicurezza.
Il diritto di legittima difesa spetta non solo allo Stato aggredito, ma anche a Stati terzi, i quali possono venire in soccorso del primo usando la forza armata contro l'aggressore (c.d. “legittima difesa collettiva”, sulla quale si fondano le alleanze militari, come as esempio la NATO).
Mentre ai singoli Stati è precluso l'impiego della forza armata, il Consiglio di Sicurezza (organo dell'ONU che, in nome degli Stati membri, ha la responsabilità principale del mantenimento della pace, ex art. 24) ha il potere di intervenire anche con la forza, se necessario, in caso di minaccia o violazione della pace o atto di aggressione. Una volta che abbia accertato l'esistenza di una di queste circostanze, lo stesso Consiglio di Sicurezza può decidere misure economiche, commerciali, finanziarie, diplomatiche o di altro genere (non implicanti l'uso della forza) contro lo Stato responsabile della minaccia o della violazione, al fine di mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale (art. 41).
Qualora tali misure si siano dimostrate, o siano ritenute dal Consiglio di Sicurezza, inadeguate, esso può giungere sino a decidere un'azione militare contro lo Stato in questione (art. 42). Peraltro, poiché il Consiglio di Sicurezza non è stato dotato dei necessari mezzi militari, nella prassi esso fa ricorso ad operazioni di peace-keeping, di carattere conservativo della pace (garantendo il rispetto di una tregua o di un accordo di pace, o la sicurezza e l'ordine all'interno di uno Stato, o la sua ricostruzione dopo una guerra civile), mediante l'invio dei c.d. “caschi blu”, autorizzati, di regola, all'uso delle armi solo per difendersi da eventuali attacchi.
Per altro verso, nei casi in cui occorra agire in maniera coercitiva contro uno Stato (per esempio, per fare cessare un'aggressione, o per liberare un Paese occupato militarmente da un altro, o per garantire la sicurezza di certe aree, o la protezione di popolazioni la cui sopravvivenza è minacciata), il Consiglio di Sicurezza adotta proprie risoluzioni con le quali autorizza gruppi di Stati, o alleanze ed organizzazioni regionali ad usare anche la forza per conseguire l'obiettivo di volta in volta previsto e ristabilire la pace internazionale.


5.2 LA RISOLUZIONE N. 678 DEL 29 NOVEMBRE 1990 CONTRO L'IRAQ

La risoluzione del Consiglio di sicurezza n. 678 del 29 novembre 1990 è alla base dell'intervento militare contro l'Iraq (Desert Storm), iniziato nella notte tra il 15 e il 16 gennaio 1991 da un'ampia coalizione di Stati, sotto la guida degli Stati Uniti, diretto a liberare il Kuwait dall'invasione irachena, che si sarebbe protratto con crescente violenza sino alla resa dell'Iraq.
La risoluzione n. 678 era stata adottata dopo ben undici precedenti risoluzioni, le quali non erano riuscite a indurre l'Iraq a ritirarsi dal territorio del Kuwait, occupato a seguito della massiccia invasione del 2 agosto 1990 e annesso il successivo 8 agosto quale diciannovesima provincia dell'Iraq.
La suddetta risoluzione non prevedeva esplicitamente l'uso della forza, ma, ove l'Iraq, entro il 15 gennaio 1991, non avesse pienamente applicato le precedenti risoluzioni del Consiglio di Sicurezza (in primo luogo ritirandosi dal Kuwait), autorizzava gli Stati membri che cooperavano con il Kuwait ad usare “tutti i mezzi necessari” per fare applicare tali risoluzioni e ristabilire la pace e la sicurezza internazionale nella regione. Con l'espressione "tutti i mezzi necessari", peraltro, era chiaro che il Consiglio di Sicurezza intendeva riferirsi all'uso della forza armata, come rivelano in maniera univoca le discussioni svoltesi in seno allo stesso Consiglio di Sicurezza in occasione dell'adozione della risoluzione.
La legittimità della risoluzione n. 678 fu da più parti contestata, poiché il meccanismo dell'autorizzazione determinava una sorta di delega della forza a un gruppo di Stati, lasciati liberi dal controllo e direzione delle operazioni militari da parte del Consiglio di Sicurezza.
Il sistema di sicurezza collettiva ideato dalla Carta dell'ONU si caratterizza, invece, per la concentrazione delle funzioni militari nel Consiglio di Sicurezza, che ne riveste la responsabilità politica e garantisce l'obiettività dell'operazione militare e la sua congruenza rispetto al fine del mantenimento della pace e della sicurezza internazionale.
Un uso “decentrato” della forza armata, su delega o autorizzazione del Consiglio di Sicurezza, è previsto, invero, dalla stessa Carta con riguardo agli accordi o organizzazioni regionali (art. 53).
D'altra parte, ai sensi degli articoli 39 e 42 della Carta, sembra che il Consiglio di Sicurezza possa raccomandare agli Stati misure implicanti l'uso della forza armata, al fine di mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale.
L'autorizzazione all'uso della forza appare quindi sostanzialmente assimilabile ad una raccomandazione avente il medesimo contenuto.
Nel caso della risoluzione n. 678 non sembra dubbio, inoltre, che esistessero i presupposti per intraprendere un'azione militare, tenuto conto che l'Iraq aveva palesemente aggredito il Kuwait, occupandolo militarmente e pretendendo di annetterne il territorio e che, per altro verso, la numerose misure già decise dal Consiglio di Sicurezza contro l'Iraq, come ad esempio il severo embargo, non erano state sufficienti per farlo desistere dal proprio atteggiamento.
Ciononostante, affinché un'autorizzazione all'uso della forza sia legittima, è necessario che il Consiglio di Sicurezza mantenga costantemente il controllo dell'operazione, rispettando cosí la propria responsabilità per il mantenimento della pace.
In altri termini, secondo alcuni, il Consiglio di Sicurezza, privo di mezzi militari a sua disposizione, può "delegare" agli Stati lo svolgimento di un'operazione militare, ma non può spogliarsi della responsabilità di tale operazione e, quindi, della sua funzione di controllo, in virtù del carattere esclusivo di tale responsabilità ad esso conferita dalla Carta delle Nazioni Unite.


5.3 LA RISOLUZIONE N. 687 DEL 3 APRILE 1991 SULLE CONDIZIONI PER LA CESSAZIONE DELLE OSTILITÀ

L'operazione Desert Storm, com'è noto, determinò la liberazione del Kuwait.
Il Consiglio di Sicurezza, con la risoluzione n. 687 del 3 aprile 1991, ha decretato una serie di condizioni che l’Iraq doveva accettare per ottenere la cessazione definitiva delle ostilità.
Tale accettazione è stata notificata al Consiglio di Sicurezza il 10 aprile successivo, pertanto, cosí come comunicato dal Presidente del Consiglio di Sicurezza al rappresentante permanente dell'Iraq presso le Nazioni Unite, da quel momento è in vigore un formale cessate il fuoco e, di conseguenza, l'autorizzazione all'uso della forza contenuta nella precedente ris. n. 678 ha necessariamente perso la sua efficacia.
Fra le condizioni previste dalla suddetta risoluzione particolare rilevanza, presentano, nell’ambito della nostra trattazione, quelle relative alle armi di distruzione di massa in possesso dell'Iraq.
I paragrafi 7-14 della risoluzione dispongono la distruzione o la rimozione delle sue armi chimiche, biologiche e nucleari, come pure il divieto di procurarsi tali armi e materiali, componenti o qualunque elemento utile per la ricerca, la messa a punto e la fabbricazione delle armi stesse, nonché la distruzione, la rimozione e il divieto di possedere missili balistici con una portata superiore a 150 chilometri e i relativi componenti e installazioni.
Al fine di verificare il rispetto di tali obblighi la ris. n. 687 attribuisce ad una Commissione speciale di esperti (UNSCOM), costituita dal Consiglio di Sicurezza, e all'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA) compiti di controllo e operativi riguardo alle attività di distruzione e di rimozione delle armi in questione.
Ricollegato alle disposizioni sulle armi di distruzione di massa é, poi, il mantenimento in vigore delle sanzioni economiche e commerciali contro l'Iraq, decise dal Consiglio di Sicurezza già con la ris. n. 661 del 6 agosto 1990, all'indomani dell’invasione del Kuwait.
È evidente, infatti, che l'embargo contro l'Iraq era diretto, al momento in cui veniva decretato, a indurre il governo iracheno a ritirare le proprie truppe dal Kuwait, in conformità con la richiesta che lo stesso Consiglio aveva immediatamente formulato con estrema decisione con la risoluzione n. 660 del 2 agosto 1990.
Una volta liberato il Kuwait, il mantenimento dell'embargo, solo attenuato per ragioni umanitarie e nel quadro del sistema "oil for food" (ma recentemente inasprito con la ris. n. 1454 del 30 dicembre 2002), non poteva essere giustificato se non in base ad altre motivazioni, quali anzitutto l'effettiva eliminazione delle armi di distruzione di massa in possesso dell'Iraq.
In questo senso depongono i dibattiti svoltisi ripetutamente nel Consiglio di Sicurezza, così come, esplicitamente, alcune risoluzioni dello stesso Consiglio.
Fra esse, ad esempio, la n. 1154 del 2 marzo 1998, con la quale il Consiglio conferma la sua intenzione di rivedere le sanzioni contro l'Iraq e sottolinea di non avere proceduto ad una loro revisione a causa degli inadempimenti del governo iracheno relativi ai propri obblighi di disarmo e di collaborazione con l'UNSCOM e con l'AIEA.
Peraltro, dall'atteggiamento del governo statunitense e da un'esplicita dichiarazione dell'allora Segretario di Stato Albright, risulta in maniera sempre più chiara che l'obiettivo politico dell'embargo è essenzialmente provocare la caduta del regime di Saddam Hussein.


5.4 LE VICENDE RELATIVE AL SISTEMA DI ISPEZIONI E LA RISOLUZIONE N. 1441 DELL’8 NOVEMBRE 2002

Le operazioni dell'UNSCOM e dell'AIEA non hanno mancato di produrre alcuni risultati soddisfacenti per il disarmo dell'Iraq.
Tuttavia il governo iracheno ha mostrato scarsa collaborazione e, in certi momenti, aperta ostilità, in specie verso l'UNSCOM. Per esempio, nel corso del 1996 e del 1997 ha vietato in varie occasioni all'UNSCOM l'accesso a determinati luoghi, in particolare ai c.d. siti presidenziali, e ha impedito visite e ispezioni a membri statunitensi della Commissione.
Ciò ha provocato l'adozione di risoluzioni di condanna da parte del Consiglio di Sicurezza, il quale, con la ris. n. 1137 del 12 novembre 1997, ha stabilito nuove sanzioni, decidendo che gli Stati avrebbero dovuto impedire l'ingresso e il transito nel proprio territorio dei funzionari e militari iracheni responsabili dei suddetti inadempimenti.
Nel 1998 una fase di grave crisi è stata superata grazie alla conclusione di un memorandum d'intesa tra il Segretario generale dell'ONU Kofi Annan e il primo ministro iracheno Tariq Aziz, approvato dal Consiglio di Sicurezza con la citata ris. n. 1154 del 2 marzo, che stabiliva, tra l'altro, modalità speciali di ispezione per otto siti presidenziali ed esprimeva l'impegno di rispettare le preoccupazioni dell'Iraq relative alla propria sicurezza nazionale, sovranità e dignità.
Malgrado la minaccia, contenuta nella stessa risoluzione, delle "severest consequences for Iraq" in caso di suoi inadempimenti, l'Iraq, dopo pochi mesi, decise di sospendere ogni collaborazione con l'UNSCOM, la quale cessava, dal dicembre dello stesso anno, qualsiasi attività nel territorio iracheno.
La riapertura della crisi, che una nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza (la n. 1205 del 5 novembre 1998) non riuscì a sbloccare, é poi precipitata con l'operazione militare anglo-statunitense denominata Desert Fox.
La successiva ris. n. 1284 del 17 dicembre 1999 ha sostituito l'UNSCOM con una nuova commissione, denominata Commissione delle Nazioni Unite di controllo, verifica e ispezione (UNMOVIC), presieduta da Hans Blix.
Questa Commissione non é riuscita ad entrare in territorio iracheno sino a quando, nei colloqui svoltisi a Vienna tra lo stesso Blix, il Direttore generale dell'AIEA Mohamed El Baradei e il generale Amir Al-Saadi a nome del governo iracheno, si é raggiunta un'intesa, formalizzata in una lettera dell'8 ottobre 2002, per la ripresa delle ispezioni in Iraq.
Esse vengono regolate da una nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza, n. 1441 dell'8 novembre 2002, adottata all'unanimità, che da il via ai lavori dell'UNMOVIC e fa riprendere quelli dell'AIEA in territorio iracheno.
Tale risoluzione richiama espressamente le precedenti risoluzioni n. 678 (che aveva autorizzato gli Stati della coalizione a difesa del Kuwait ad usare tutti i mezzi necessari per liberare tale Stato) e n. 687, anche per ricordare che essa fondava la cessazione delle ostilità sull'accettazione degli obblighi ivi previsti da parte dell'Iraq.
Nel preambolo della risoluzione si deplora, tra l'altro, l'inadempimento degli obblighi in materia di terrorismo, di cessazione della repressione della popolazione civile, di rimpatrio di cittadini del Kuwait o di Stati terzi detenuti in Iraq e di restituzione di beni del Kuwait.
La valutazione più grave compiuta dal Consiglio di Sicurezza riguarda, poi, l'inadempimento iracheno degli obblighi relativi alle armi di distruzione di massa: esso è qualificato come "sostanziale" ("material") e tale da porre una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale. Quest'ultima affermazione è idonea a fondare la risoluzione sul capitolo VII della Carta (applicabile in caso di una minaccia o violazione della pace o di un atto di aggressione), il quale abilita il Consiglio di Sicurezza ad adottare, contro lo Stato responsabile, misure non militari o anche implicanti l'uso della forza armata.
Nella stessa risoluzione il Consiglio di Sicurezza decide di accordare all'Iraq un'ultima opportunità per adempiere i suoi obblighi in materia di disarmo e, a tal fine, istituisce un sistema rafforzato di ispezioni, che assicuri all'UNMOVIC e all'AIEA libero e incondizionato accesso a qualsiasi luogo (compresi i siti presidenziali) e persona; dispone che l'Iraq consegni entro trenta giorni un rapporto completo e accurato sulle proprie armi di distruzione di massa; decide che ogni falsa dichiarazione, omissione e mancanza di collaborazione da parte dell'Iraq costituisce un'ulteriore violazione "sostanziale" dei suoi obblighi; infine che l'Iraq subirà gravi conseguenze se continuerà a violare i propri obblighi.



5.5 LE MOTIVAZIONI A SOSTEGNO DI UN INTERVENTO UNILATERALE CONTRO L’IRAQ: L’INADEMPIMENTO DELLE CONDIZIONI DI PACE


Già prima dell'adozione della ris. n. 1441, e durante lo svolgimento delle ispezioni dell'UNMOVIC e dell'AIEA, gli Stati Uniti, seguiti dal Regno Unito e, seppure in maniera più sfumata, da altri Paesi, hanno minacciato e preparato militarmente un intervento armato contro l'Iraq.
Le giustificazioni di tale azione militare sono state molteplici e, invero, sostenute con accenti spesso mutevoli, sottolineando, di volta in volta, il possesso di armi di distruzione di massa, la connivenza del regime iracheno con il terrorismo internazionale, la necessità di difendere gli Stati Uniti, o l'intera Comunità Internazionale, dalla minaccia irachena, l'esigenza di sostenere l'autorità dell'ONU, la protezione dei diritti umani in Iraq, il carattere dittatoriale del suo regime ecc.
Prescindiamo, ovviamente, dagli argomenti più legati alla retorica propagandistica, quali la malvagità di Saddam Hussein o la sua inclinazione alla menzogna, come pure da quelli, certo più sostanziali, di carattere economico e politico.
Il nostro esame ha per oggetto esclusivamente gli argomenti di natura giuridica sollevati a sostegno dell'opzione militare.
Un primo argomento si fonda sul mancato rispetto, da parte irachena, delle condizioni di pace imposte con la ris. n. 687 del 3 aprile 1991, impedendo l'ingresso degli ispettori nel suo territorio e, successivamente, non collaborando in maniera adeguata. L'inadempimento iracheno delle condizioni di pace avrebbe determinato una sorta di reviviscenza dell'autorizzazione all'uso della forza contenuto nella ris. n. 678 del 29 novembre 1990.
Tale argomento appare, comunque, infondato: la ris. n. 687, come si è ricordato, prevedeva una cessazione definitiva delle ostilità a seguito dell'accettazione irachena, per cui (intervenuta quest'accettazione) riprendeva piena efficacia il divieto generale dell'uso della forza nelle relazioni internazionali da parte dei singoli Stati, compresi quelli della coalizione formatasi a suo tempo a difesa del Kuwait.
Gli inadempimenti iracheni, se considerati come una minaccia alla pace internazionale, possono determinare una reazione, al limite persino armata, ma solo su decisione del Consiglio di Sicurezza, unico organo competente ad accertare la minaccia (o la violazione) della pace e le conseguenti misure a tutela della pace stessa.
Il Consiglio di Sicurezza, invece, pur minacciando più volte l'Iraq di misure sempre piú severe (non necessariamente, peraltro, di carattere militare), ha implicitamente escluso ogni autorizzazione all'uso unilaterale della forza, riaffermando di restare esso stesso investito della questione del disarmo iracheno. Inoltre esso ribadisce costantemente l'impegno al rispetto della sovranità e dell'integrità territoriale dell'Iraq in tutte le sue risoluzioni, comprese le citate ris. n. 1154 del 2 marzo 1998, che approvava il memorandum d'intesa tra il Segretario generale delle Nazioni Unite e l'Iraq, e n. 1284 del 17 dicembre 1999, istitutiva dell'UNMOVIC.
Un'azione unilaterale anglo-americana (e di loro eventuali alleati) viene giustificata, più di recente, sulla base della ris. n. 1441 dell'8 novembre 2002.
Considerato che essa dichiara che l'Iraq ha compiuto una violazione “sostanziale” dei propri obblighi in materia di disarmo derivanti dalla precedente ris. n. 687 del 1991 e che il Consiglio di Sicurezza intende offrire all'Iraq un'ultima possibilità per adempiere tali obblighi, potrebbe ritenersi che, in caso di mancata, piena ottemperanza alla stessa risoluzione, i singoli Stati potrebbero agire contro l'Iraq per assicurarne il disarmo.
A favore di questa interpretazione deporrebbe anche il riferimento, nel preambolo della risoluzione, all'autorizzazione all'uso di ogni mezzo necessario, contenuta nella ris. n. 678 del 1990, e alla cessazione delle ostilità subordinata alle condizioni previste nella ris. n. 687 del 1991, comprendenti, anzitutto, il disarmo biologico, chimico e nucleare. E invero, nella dichiarazione di voto del suo rappresentante all'ONU John Negroponte, il governo statunitense ha affermato che, se a seguito della constatazione di una violazione dell'Iraq da parte dell'UNMOVIC o dell'AIEA, il Consiglio di Sicurezza non riuscisse ad agire in maniera decisiva, niente, nella risoluzione, impediva ad uno Stato membro di agire per difendersi dalla minaccia posta dall'Iraq o per attuare le pertinenti risoluzioni e salvaguardare la pace nel mondo.
In realtà, malgrado il tono severo e ultimativo della ris. n. 1441, essa non può interpretarsi nel senso di autorizzare, in caso di violazioni constatate dagli ispettori dell'UNMOVIC o dell'AIEA, un'azione armata contro l'Iraq.
Per quanto riguarda le precedenti ris. n. 678 e n. 687, infatti, dal loro generico richiamo non può ricavarsi la possibilità di una ripresa di efficacia dell'autorizzazione all'uso della forza. Come abbiamo già osservato, una volta cessate definitivamente le ostilità ha ripreso pieno vigore il divieto dell'uso della forza da parte degli Stati.
Il richiamo a tale risoluzione, pertanto, può solo esprimere una sorta di avvertimento all'Iraq ad adempiere i propri obblighi, minacciando l'eventualità, in caso contrario, di una nuova autorizzazione, da decidere, peraltro, solo da parte dello stesso Consiglio di Sicurezza. Invero la risoluzione non precisa quali siano le "gravi conseguenze" di un inadempimento dell'Iraq, ma riserva allo stesso Consiglio di restare investito del problema del disarmo iracheno.
Ciò implica, in primo luogo, che spetta esclusivamente al Consiglio di Sicurezza il compito di accertare l'eventuale inadempimento da parte irachena, nonché la sufficienza delle ispezioni e delle verifiche dell'UNMOVIC e dell'AIEA. In secondo luogo, che resta di esclusiva competenza del Consiglio di Sicurezza la definizione delle misure da adottare in caso di violazione irachena, misure che potrebbero non comportare la forza armata, ma, per esempio, sanzioni diplomatiche o finanziarie contro il regime di Saddam Hussein, e non contro il suo popolo, già stremato da un embargo che dura da oltre dieci anni.
Per quanto riguarda le interpretazioni date nelle loro dichiarazioni di voto dai rappresentanti della Francia, della Russia e della Cina esse chiaramente escludono la possibilità che la risoluzione in esame determini l’automatismo nell'uso della forza.
Tali Stati hanno sottolineato che la ris. n. 1441 prevede due fasi, secondo le quali, qualora l'UNMOVIC o l'AIEA riferiscano al Consiglio di Sicurezza inadempimenti dell'Iraq, sia lo stesso Consiglio a valutare la loro gravità e a decidere le conseguenze.
L'impossibilità di dedurre un'autorizzazione all'uso della forza armata dalla risoluzione in parola è confermata dal ripetuto impegno di tutti gli Stati al rispetto della sovranità e dell'integrità territoriale dell'Iraq, impegno palesemente incompatibile con ogni progetto di guerra, diretta, come affermato dagli Stati Uniti, ad abbattere l'attuale governo dell'Iraq e ad occuparne militarmente il territorio.
Questo profilo è stato sottolineato nel Consiglio di Sicurezza anche dal delegato siriano, il quale ha dichiarato che il suo voto positivo tendeva a mantenere l'unità del Consiglio, ma solo in virtú delle assicurazioni ricevute dagli altri delegati che la risoluzione non valeva ad autorizzare il ricorso alla forza e che essa preservava l'integrità territoriale dell'Iraq.
Si noti che l'impegno al rispetto della sovranità e dell'integrità territoriale dell'Iraq è costantemente ribadito anche nelle successive risoluzioni del Consiglio di Sicurezza che riguardano tale Stato, come la n. 1443 del 25 novembre 2002, la n. 1447 del 4 dicembre 2002 e la n. 1454 del 30 dicembre 2002.

5.6 SEGUE: LA LEGITTIMA DIFESA PREVENTIVA


Un'altra ragione spesso evocata per giustificare un attacco all'Iraq risiede nella minaccia che il possesso di armi di distruzione di massa, trasferibili, per di più, a gruppi terroristici, rappresenta per l’integrità degli Stati Uniti e dell'intera Comunità Internazionale.
Tale giustificazione appare espressione della c.d. dottrina Bush sulla difesa preventiva, enunciata il 1° giugno 2002 all'Accademia militare di West Point e inquadrata nella "National Security Strategy of the United States of America" del 17 settembre 2002.
Secondo questa dottrina gli Stati Uniti sono legittimati ad usare la forza per legittima difesa preventiva ("preemptive action") allo scopo di contrastare una minaccia alla propria sicurezza nazionale. Un’ “anticipatory action” sarebbe consentita «even if uncertainty remains as to the time and place of the enemy's attack».
Essa sarebbe diretta particolarmente contro gli "Stati canaglia" ("rogue States"), i quali posseggono (o hanno intenzione di acquistare) armi di distruzione di massa, sponsorizzano il terrorismo internazionale, sono retti da regimi dittatoriali, respingono i fondamentali valori umani e odiano gli Stati Uniti. Primo fra tutti, ovviamente, l'Iraq.
A parte ogni considerazione circa l'assenza di sicure prove su un presunto coinvolgimento dell'Iraq in attività terroristiche e sul possesso di armi di distruzione di massa, è la stessa dottrina della legittima difesa preventiva che appare in pieno contrasto con il diritto internazionale e, in particolare, con la Carta delle Nazioni Unite.
Quest'ultima, come si è accennato, consente l'uso della forza in legittima difesa, ma solo in presenza di un attacco armato (e finché il Consiglio di Sicurezza non sia in grado di intervenire per mantenere la pace e la sicurezza internazionale).
La condizione dell'attacco armato comporta che l'uso della forza sia lecito solo qualora l'attacco sia effettivamente in atto e al solo scopo di respingerlo.
Nel caso di semplice minaccia di attacco lo Stato interessato è tenuto a rivolgersi al Consiglio di Sicurezza, al quale spetta, ai sensi dell'art. 39 della Carta, di accertare la reale esistenza di una minaccia alla pace e adottare le eventuali misure per rimuovere tale minaccia.
Nella giurisprudenza internazionale e nella prassi delle Nazioni Unite manca qualsiasi riconoscimento di un preteso diritto di legittima difesa preventiva.
In passato, al contrario, il Consiglio di Sicurezza, con la ris. n. 487 del 19 giugno 1981 (adottata con il voto favorevole degli Stati Uniti), aveva condannato severamente il bombardamento effettuato da Israele contro un impianto nucleare in costruzione a Osirik, in Iraq, al fine di eliminare una minaccia contro il proprio territorio.
Si deve aggiungere che la dottrina Bush rappresenta un notevole ampliamento rispetto ad una teoria, già in passato sostenuta, secondo la quale il ricorso preventivo alla forza sarebbe consentito, eccezionalmente, per difendersi da un pericolo, reale e imminente di attacco armato, suscettibile di pregiudicare l'esistenza stessa di uno Stato.
Il caso classico era rappresentato dalla guerra “dei sei giorni” del 1967, intrapresa da Israele in seguito ad una evidente mobilitazione dei Paesi arabi e alle dichiarazioni dei loro governi che mettevano in serio pericolo la stessa sopravvivenza dello Stato di Israele, in caso di attacco contro il suo territorio.
Quale che sia la valutazione giuridica di questa forma di legittima difesa, chiamata talvolta "cautelativa" o "anticipatory", è evidente la sua differenza rispetto alla difesa preventiva della dottrina Bush. Mentre, infatti, nel primo caso sussiste una minaccia, precisa e localizzata, di un attacco armato comportante il rischio di distruzione di uno Stato, tale da essere verificabile in termini oggettivi, nella dottrina Bush il pericolo é vago e indeterminato, può risultare dalle semplici intenzioni di uno Stato e, soprattutto, rimane confinato alla valutazione del tutto soggettiva dello Stato che si sente minacciato.
Va rilevato ancora che, cosí come sancito dai principi di diritto internazionale generale, anche in caso di legittima difesa l’uso della forza deve rispettare i limiti della necessità e della proporzionalità.
Di fronte al timore di un possibile attacco é verosimile immaginare che esistano alternative alla forza armata, la quale, quindi, può non apparire necessaria.
Inoltre, il limite della proporzionalità, da intendere nel senso che la forza impiegata deve essere commisurata all'attacco armato che si intende respingere (o, nel caso della c.d. difesa preventiva, prevenire), verrebbe certamente superato qualora, per eliminare il pericolo, si facesse ricorso ad una vera e propria guerra.
Al contrario, il dichiarato progetto degli Stati Uniti consisteva proprio in un attacco massiccio, che non escludesse l'uso di armi nucleari, il rovesciamento del governo di Saddam Hussein, l'imposizione di un'amministrazione militare statunitense e, naturalmente, l'occupazione dei pozzi e degli impianti petroliferi.
L'illiceità di una difesa armata preventiva, sia contro l'Iraq, sia in termini generali, è confermata dalla considerazione che essa finirebbe per giustificare ogni intervento militare, in specie contro i vari Stati in possesso di armi nucleari, scatenando una situazione di guerra permanente e vanificando i progressi realizzati dalla Comunità Internazionale con la nascita delle Nazioni Unite, mediante la messa al bando della forza armata nelle relazioni internazionali e il suo monopolio nelle mani del Consiglio di Sicurezza.
I bombardamenti che, da oltre un decennio, le forze anglo-statunitensi sferrano sul territorio iracheno nelle c.d. no-fly zones, istituite illegalmente dai due Stati in questione e non certo dal Consiglio di Sicurezza, sono la prova delle aberranti conseguenze alle quali può condurre l'applicazione della difesa preventiva.
Tali bombardamenti vengono giustificati come azioni di legittima difesa contro postazioni radar che metterebbero la missilistica irachena in grado di colpire gli aerei anglo-statunitensi nelle no-fly zones.
In tale maniera postazioni difensive situate in territorio iracheno vengono qualificate come minaccia agli aerei che violano lo spazio aereo dell'Iraq e la sua sovranità territoriale.
La dottrina della difesa preventiva rivela così la sua essenza, consistente nel trasformare il potenziale aggredito in vero e proprio aggressore, e viceversa.

CONCLUSIONI

Dalla Millennium Declaration ad oggi. Gli sviluppi, le sfide, i segnali positivi e negativi nell’attuale scenario internazionale


"Pace, sicurezza e disarmo" è uno degli otto obiettivi fissati dalla Millennium Declaration (M.D.) adottata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite durante la 55a sessione dell' 8 settembre del 2000.
Al fine di vedere realizzato tale obiettivo nella dichiarazione sono elencate una serie di misure: la prevenzione e la risoluzione pacifica dei conflitti attraverso la cooperazione internazionale ed il rafforzamento del ruolo delle Nazioni Unite; l'implementazione dei trattati sul controllo degli armamenti e di quelli sul rispetto dei diritti umani e delle leggi umanitarie internazionali. Inoltre é posto l'accento sulla necessità di combattere il terrorismo ed il crimine internazionale e di eliminare le armi di distruzione di massa, in particolare le armi nucleari; si mette in rilievo l'esigenza di supportare le misure di disarmo a livello regionale e di rendere più trasparente il traffico di armi; si invitano gli Stati ad aderire alla Convenzione sulla proibizione dell'uso, della produzione e del traffico di mine anti-uomo ed infine si prende in forte considerazione il bisogno di risolvere il problema della droga che affligge sempre di più il mondo intero.
Tutti questi obiettivi fissati nella dichiarazione sono delle vere e proprie sfide per il nuovo millennio, sfide che potrebbero essere vinte con la forte volontà politica di tutti gli Stati e degli altri attori della Comunità Internazionale. Ciononostante, bisogna sicuramente tenere conto che tale volontà é influenzata da una serie di fattori e di variabili che non sempre permettono di porre stabili basi per il raggiungimento della sicurezza internazionale.
Esaminando i documenti del follow-up relativi alla Millennium Declaration ci accorgiamo di quali siano i passi in avanti e gli sviluppi riguardanti, in tal caso, la materia specifica "terrorismo e disarmo".
In particolare nel report del Segretario Generale dell’ONU per l'implementazione della M.D., adottato dall'Assemblea Generale il 6 settembre del 2001, si afferma come, per combattere il terrorismo internazionale, la strategia delle Nazioni Unite sia focalizzata soprattutto sulla creazione di una salda ossatura legale. Ciò ha portato da un lato all’adozione di ben dodici convenzioni e protocolli globali, e dall’altro ad un incremento, lento e progressivo, del numero degli Stati che decidono di aderire a tali convenzioni.
In materia di disarmo i segnali che giungono dalla Comunità Internazionale sono contrastanti: dalla fine della Guerra Fredda la spesa militare globale é andata aumentando; in tutto il mondo persone innocenti sono ancora minacciate da armi di distruzione di massa; la produzione e l'uso di mine anti-uomo continua, così come la vendita ed il traffico illecito di armi leggere.
Non bisogna dimenticare, però, che la sfida prioritaria in tema di disarmo é sicuramente quella dell'eliminazione delle armi nucleari: il Trattato sulla messa al bando dei test nucleari non é entrato in vigore nonostante vi fossero stati 161 Stati firmatari e 77 ratifiche e, soltanto 3 delle 5 potenze nucleari (così definite dal TNP) hanno ratificato il trattato.
La Conferenza sul Disarmo rimane ad un punto morto, nonostante il crescente bisogno di nuovi accordi sul disarmo nucleare e sulla prevenzione della corsa agli armamenti.
Accanto a queste tendenze negative vi sono, però, alcuni sviluppi positivi: a partire dal 1996 gli sforzi per eliminare le armi nucleari hanno riacquistato importanza soprattutto perché la Corte Internazionale di Giustizia é intervenuta affermando l'obbligo per gli Stati di portare a conclusione negoziati atti al raggiungimento del disarmo nucleare e ciò verrà fatto sotto un severo ed effettivo controllo internazionale.
Ci sono stati anche alcuni progressi nell'eliminazione di altre armi di distruzione di massa: ad esempio, dall'entrata in vigore della Convenzione sulla proibizione dello sviluppo, produzione ed uso di armi chimiche nel 1997, circa 5600 tonnellate di agenti chimici e 1,6 milioni di munizioni e containers sono stati distrutti.
Le ulteriori strategie da mettere in atto per fare dei passi in avanti consistono in maggiori sforzi per assicurare la completa attuazione del Trattato di Non-proliferazione, della Convenzione sulle armi biologiche e di quella sulle armi chimiche e per promuovere la loro universalità. E’ necessario, inoltre, che le N.U. continuino a portare avanti il concetto in base al quale i progressi nel campo del disarmo possono ridurre le minacce globali e salvare risorse vitali per il benessere economico e sociale.
11 settembre 2001, é questa la data dell'attacco terroristico alle torri gemelle, rivendicato in seguito da Al-Qaeda (rete terroristica islamica guidata da Osama Bin-Laden), che sconvolgerà gli Stati-Uniti e l'intero scenario politico mondiale.
La risoluzione adottata dal Consiglio di Sicurezza il 29 settembre 2001 é di portata storica: per la prima volta vengono imposti obblighi a tutti gli Stati per prevenire il terrorismo a livello mondiale. Essa sottolinea la determinazione di tutti gli Stati membri ad unirsi nella lotta contro i terroristi; tutte le Nazioni devono scambiare informazioni e cooperare al fine di prevenire e sopprimere gli atti terroristici ed intervenire contro i perpetratori di tali azioni. Nella risoluzione viene anche messo in rilievo lo stretto collegamento tra il terrorismo internazionale, il crimine transnazionale organizzato ed il traffico illegale di armi chimiche, biologiche e nucleari. Gli Stati sono chiamati, inoltre, a cooperare attraverso accordi multilaterali e a prendere parte alle convenzioni e ai protocolli internazionali riguardanti il terrorismo, in particolare, la Convenzione Internazionale per la soppressione dei finanziamenti a favore dei terroristi del 9 dicembre 1999.
Nel corso della riunione del I° Comitato sul Disarmo e la Sicurezza Internazionale, tenutasi ad ottobre 2001, viene ribadito il fatto che gli eventi statunitensi dell'11 settembre sono fortemente rilevanti per il dibattito sul disarmo: si riafferma il principio chiave del multilateralismo nei negoziati ed il fatto che il disarmo contribuisce alla lotta globale contro il terrorismo. I sette paesi (Brasile, Egitto, Irlanda, Messico, Nuova-Zelanda, Sud-Africa e Svezia) incaricati di dare vita all' iniziativa per la nuova agenda sul disarmo nucleare decisero di utilizzare un approccio diverso rispetto agli anni precedenti, che si tradusse in un messaggio direttamente indirizzato alle potenze nucleari, messaggio nel quale era incluso l'invito alla totale eliminazione dei loro arsenali nucleari.
I tragici eventi dell'11 settembre dovrebbero smuovere la Comunità Internazionale verso una cultura di prevenzione piuttosto che di reazione; inoltre, bisogna ribadire l'importanza di rafforzare e sviluppare l'ossatura legale multilaterale, soprattutto sulla questione del disarmo, al fine di combattere la minaccia terroristica ed il pericolo che i terroristi possano usare armi di distruzione di massa contro obiettivi militari e civili.
Di grande rilevanza é anche ciò che emerge dalla Ia Sessione del Comitato preparatorio della Conferenza degli Stati membri del Trattato di Non-proliferazione delle armi nucleari che si terrà nel 2005. Nel corso della sessione gli Stati membri affermarono che il TNP risulta essere il perno della non-proliferazione globale nucleare ed il fondamento essenziale per il perseguimento del disarmo.
Dal 1998 quasi tutti gli Stati membri dell’ONU (187 su 189) fanno parte del TNP e tale Trattato é considerato il più importante accordo multilaterale riguardante le armi nucleari. In base a quest' ultimo, 5 stati (Cina, Francia, Fed. Russa, Regno Unito e Stati Uniti) sono riconosciuti come potenze nucleari e tali Stati hanno promesso di proseguire in buona fede i negoziati per il disarmo nucleare. Alla Ia sessione del Comitato hanno partecipato anche 200 rappresentanti provenienti da 62 ONG e per la prima volta é stato dedicato un incontro formale della sessione alle presentazioni fatte dalle ONG partecipanti.
E' recente, purtroppo, la preoccupante notizia che la Corea del Nord ha deciso di ritirarsi dal Trattato di Non-proliferazione e ciò rappresenta sicuramente un grave passo indietro nel cammino verso il disarmo ed un ostacolo per il cui superamento é ancora una volta necessaria la cooperazione internazionale in modo da convincere la Corea a rientrare nel Trattato e soprattutto in modo da evitare che altri Stati possano seguire il cattivo esempio dato da tale paese.
Interessante é anche esaminare la relazione esistente tra disarmo e sviluppo: aumentare le spese militari globali non significa solo trasferire risorse finanziarie, materiali e umane da attività produttive ad attività non produttive, ma anche mettere in serio pericolo il patrimonio ambientale dell'umanità e le prospettive per uno sviluppo economico e sociale di tutte le nazioni.
Questi ultimi aggiornamenti dovrebbero allarmare l'intera Comunità Internazionale, sono dei segnali estremamente negativi che minano e allontanano più che mai il raggiungimento della pace e della sicurezza mondiale, c'é solo da sperare che i principali attori internazionali (gli Stati, le ONG e le OIG) prendano coscienza di questo preoccupante scenario e agiscano in maniera democratica e trasparente al fine di assicurare un mondo migliore alle generazioni presenti e a quelle future.

APPENDICE



G8 Action Plan on Non-proliferation

10/6/2004
Summit at Sea Island


At Evian, we recognized the proliferation of weapons of mass destruction and their delivery systems, together with international terrorism, as the pre-eminent threat to international peace and security. This challenge requires a long-term strategy and multi-faceted approaches.

Determined to prevent, contain, and roll back proliferation, today, at Sea Island, we announce an action plan to reinforce the global nonproliferation regime. We will work together with other concerned states to realize this plan.

All states must fulfill their arms control, disarmament, and nonproliferation commitments, which we reaffirm, and we strongly support universal adherence to and compliance with these commitments under the relevant multilateral treaties. We will help and encourage states in effectively implementing their obligations under the multilateral treaty regimes, in particular implementing domestically their obligations under such treaties, building law enforcement capacity, and establishing effective export controls. We call on all states that have not already done so to subscribe to the Hague Code of Conduct against Ballistic Missile Proliferation.
We strongly support UN Security Council Resolution 1540, calling on all states to establish effective national export controls, to adopt and enforce effective laws to criminalize proliferation, to take cooperative action to prevent nonstate actors from acquiring weapons of mass destruction, and to end illicit trafficking in such weapons, their means of delivery, and related materials. We call on all states to implement this resolution promptly and fully, and we are prepared to assist them in so doing, thereby helping to fight the nexus between terrorism and proliferation, and black markets in these weapons and related materials.

Nuclear Non proliferation

The trafficking and indiscriminate spread of sensitive nuclear materials, equipment, and technology that may be used for weapons purposes are a threat to us all. Some states seek uranium enrichment and plutonium reprocessing capabilities for weapons programs contrary to their commitments under the Treaty on the Non-Proliferation of Nuclear Weapons (NPT). We reaffirm our commitment to the NPT and to the declarations made at Kananaskis and Evian, and we will work to prevent the illicit diversion of nuclear materials and technology. We announce the following new actions to reduce the risk of nuclear weapons proliferation and the acquisition of nuclear materials and technology by terrorists, while allowing the world to enjoy safely the benefits of peaceful nuclear technology.

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